Traduzione di Lc 1,1-4

 

Premessa

 

Si desidera offrire il risultato di questa ricerca di testimonianze storiche, pur con molte imperfezioni, stimolandoci a “sollevare gli occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4,35), invitando chi vorrà a mettere ogni passaggio alla prova della storia antica e dei fatti quotidiani dei nostri giorni.

I Vangeli sono tesori per la civiltà umana, tesori aperti a chiunque ne voglia usufruire.  Sarebbe un onore per noi contribuire a rendere limpida la testimonianza che ognuno di essi offre.

I fatti della vita di Gesù Cristo sono un dono del cielo che non dipende da noi. Le testimonianze degli evangelisti, legate ai fatti, sono anch’esse doni che non dipendono da noi: ci tocca soltanto riconoscerli. Qui niente dipende da noi, ma è dipeso da Gesù stesso, dai testimoni, dagli Evangelisti e da chi ha cooperato con loro.

Noi possiamo far risplendere gli avvenimenti nella loro concretezza e solidità, ma dobbiamo rispettarli e non aggiungere niente che possa portare fuori strada. Ciò che potremmo aggiungere di nostro, dopo tanto tempo, non ha alcun valore.

Possiamo pertanto evidenziare la loro consistenza storica, la realtà luminosa che ci portano, ben oltre i sentimenti e le riflessioni intime personali e comunitarie. È un compito più facile oggi che nei tempi passati, ma dobbiamo tenere gli occhi ben fissi sulla realtà.

È importante vedere come Luca e Giovanni, in particolare, ci mettono in comunicazione con Gesù e la situazione reale in cui ha svolto la sua opera, situazione terrena e intervento soprannaturale.

Non basta certamente scovare tutto ciò, occorre parlarne molto mentre affrontiamo le fatiche quotidiane perché, portando la croce quotidiana, rinnoviamo la civiltà.

Orbene, l’evangelista Luca inizia il suo libro con alcune righe piuttosto misteriose. Scriveva in lingua greca antica ma, anche se siamo in grado di leggere il greco, il mistero non si risolve e diventa anzi più fitto. Attenzione, non lasciamoci ingannare: ciò che appare a prima vista sembra un mistero oscuro, ma vuole portarci a una immensa realtà!

Sono poche righe, un solo periodo sintattico, che sicuramente è stato scritto in greco all’origine, sia per termini ricercati che usa, sia per la complessità della costruzione, sia per la concisione. Tenendo pure presente che questo testo ha un senso molto pratico e non spirituale, c’è soltanto da capire quel che Luca intendeva quando ha scritto.

Luca si rivolge, in forma solenne ed essenziale, a un personaggio di nome Teofilo, senza precisare il alcun modo chi sia. Non si rivolge a lui in tono confidenziale, eppure con uno stato d’animo sicuro, che tradisce gratitudine e serena responsabilità per qualcosa che stanno realizzando insieme, profonda gioia ed entusiasmo giovanili.

Non precisa in che luogo stia scrivendo ma lascia intendere che sia lo stesso in cui si sono conclusi i fatti: Gerusalemme, dove risiede anche Teofilo; ma sta scrivendo nel contempo per qualcuno che si trova lontano, che ha sentito parlare di queste cose straordinarie e che ha bisogno di conferma legalmente valida.

Raccoglie dai testimoni che lo custodiscono un tesoro di grande valore per l’umanità. Egli stesso in questi quattro versetti racchiude notizie particolarmente preziose.

Sarà dunque possibile conciliare i vari aspetti, utilizzando gli attuali strumenti di indagine? La ricerca darà anche a noi una conoscenza esatta del personaggio storico Gesù Cristo, come la promette Luca a Teofilo?

Ci inoltriamo nell’avventura.

 

Variazione cronologica

 

5 aprile 2026: la Chiesa Cattolica celebra la Pasqua. Sono passati esattamente 1993 anni da quel giorno memorabile in cui Gesù risuscitò a nuova vita. Era il 5 aprile del 33 d. C.

Questo è l’anno più attendibile, tra quelli possibili, infatti soltanto in quell’anno ci fu il plenilunio della Pasqua nell’ora in cui iniziava il sabato, così che fu possibile per i Giudei celebrare la Pasqua in giorno di sabato. Lo apprendiamo dai Vangeli: “Era il giorno della Parasceve (la preparazione della Pasqua) e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato - era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via (Gv 19,31); Era il giorno della Parasceve e si affacciava il sabato (Lc 23,54).

Una tale precisione è possibile se si corregge il conto degli anni dalla nascita di Gesù secondo un’informazione, del tutto indipendente, di Velleio Patercolo. Questi è l’unico scrittore storico testimone diretto degli anni in cui visse Gesù Cristo ma, non si capisce perché, è disprezzato ed è dimenticato. Nella sua Storia Romana (I,103) pone i consoli del 4 d.C., E. Catone e C. Senzio, nell’anno 754 dalla fondazione di Roma e non nel 757. Nella stessa opera ciò è confermato da numerosi collegamenti cronologici tra gli avvenimenti della storia romana. Marco Terenzio Varrone, nello stabilire l'anno della prima Olimpiade in relazione alla fondazione di Roma, non poté certamente riferirsi alla datazione a. C., che non esisteva ancora, lo fissò a 709 anni prima dell’uccisione di Giulio Cesare. Non mette in dubbio la testimonianza di Velleio Patercolo.

Come è stato possibile lo spostamento di 3 anni nella cronologia storica?

Tacito, pubblicando gli Annali di Roma, ci mostra che gli anni di Tiberio sono stati contati secondo le nomine annuali dei consoli.

Perciò, seguendo gli Annali, Svetonio conta gli anni del regno di Tiberio nel numero di 23, ossia dal 14 al 37 d.C. (Svetonio, Vita di Tiberio, 73).

Da Cassio Dione apprendiamo che Tiberio aveva un comportamento incostante: destituì alcuni consoli prima della scadenza del loro mandato, ma altri ne lasciò in carica oltre la scadenza (Cassio Dione, Storia Romana, LVIII, 20).

Sappiamo che il 20° anno del regno di Tiberio fu celebrato sotto i consoli Paolo Fabio Persico e Lucio Vitellio, cioè nel 34 d.C. (Cassio Dione, Storia Romana, LVIII, 24).

In seguito, però, l’800° dalla fondazione di Roma risulta anticipato di 3 anni, sotto i consoli Claudio Cesare Augusto Germanico IV e Lucio Vitellio III che troviamo nel 47 d. C. (Svetonio, Vita di Claudio, XXI; Tacito, Annali, XI, 11; Cassio Dione, Storia Romana, LX, 29,1), e non nel 50 come vorrebbe la testimonianza da Velleio Patercolo.

Ciò si spiega se tra l’anno 34 e l’anno 40 d.C. Tiberio trascurò per tre volte di nominare i consoli (vedere le pagine “www.innomedimaria.it/date.htm” e “www.innomedimaria.it/linea/linea_del_tempo.html”). Di conseguenza dobbiamo aggiungere i 3 anni consolari che sono andati persi in quell’intervallo di tempo e dobbiamo rilevare che Tiberio non morì nell’anno 37 d.C. ma nel 40. La testimonianza di Velleio ci porta a stabilire che era il 790 dalla fondazione di Roma.

Poi, nel medioevo, fu introdotto un altro spostamento, da qualcuno che aveva notato la mancanza di 3 anni rispetto alle testimonianze di Velleio Patercolo. Vennero aggiunti 3 anni consolari fittizi, inserendoli nel quarantennio di confusione tra il 241 (238) e il 284, cosicché i consoli del tempo di Velleio Patercolo risultano al posto giusto nella datazione d.C. I consoli del 241 (238) sono testimoniati da Censorino, nel De die natali, 21: Gaio Fulvio Pio e Ponzio Proculo Ponziano. A partire dal 284 la lista dei consoli è ben testimoniata ed è parallela agli anni del regno di Diocleziano. Ai consoli si era riferito Dionigi il Piccolo, quando aveva fissato il 532 dalla nascita di Gesù Cristo.

Ecco perché, in questo saggio, trovate varie datazioni spostate di tre anni, mentre le datazioni tradizionali sono tra parentesi.

 

Tempi dell’opera di Luca

 

Negli Atti degli Apostoli, scritti da Luca, non c’è il minimo accenno alla Rivolta Giudaica iniziata nel 70 (67) d. C.; non c’è ancora niente che la faccia presagire.

Non c’è la morte di San Paolo, avvenuta sotto l’imperatore Nerone prima del 71 (68), anzi non notiamo alcun indizio della persecuzione dei cristiani a opera di Nerone, iniziata con l’incendio di Roma nel 67 (64) d.C. Infatti Paolo si è appellato a Cesare (At 25,11), cioè a Nerone, sicuro di ottenere da lui giustizia e non certo persecuzione.

Luca ha scritto il λόγος “Atti degli Apostoli” man mano che i fatti avvenivano. L’ha terminato a Roma nei giorni precedenti il giudizio dell’imperatore, che forse non ebbe nemmeno luogo, e l’ha indirizzato a Teofilo. Ciò fa pensare che Teofilo fosse a Roma insieme a lui, per difendere Paolo, e che il libro fosse perfetto per tale scopo.

Aveva già presentato a Teofilo il proprio Vangelo; non dice da quanti anni, ma si può ben pensare che l’avesse concluso prima di seguire Paolo nella sua missione, cioè prima del 45 (42) d.C. Si era trattato di un impegno molto oneroso, non compatibile con i viaggi movimentati al seguito dell’Apostolo delle Genti.

Eusebio di Cesarea ha scritto: “E dicono che Paolo intendeva riferirsi al Vangelo di Luca ogni volta che, come se parlasse di un Vangelo proprio, usava le parole: «secondo il mio Vangelo»” (Storia Ecclesiastica, III, 4, 7)

Ebbene, in ogni modo, erano passati soltanto una decina d’anni dai fatti che Luca narra nel suo primo λόγος e che si erano conclusi nel 33 d.C.

 

Ambientiamo storicamente il testo

 

I Cristiani nell’Impero Romano

 

Comunemente si pensa che i Cristiani siano stati perseguitati fin dall’inizio. Su questo fa chiarezza Tertulliano, che scriveva intorno al 200 d.C. e aveva in qualche modo la possibilità di consultare gli Annali di Roma:

«Tiberius ergo, cuius tempore nomen Christianorum in saeculum intravit, adnuntiata sibi ex Syria Palaestina, quae illic veritatem istius divinitatis revelaverant, detulit ad senatum cum praerogativa suffragii sui. Senatus, quia non ipse probaverat, respuit; Caesar in sententia mansit, comminatus periculum accusatoribus Christianorum. Consulite commentarios vestros, illic reperietis primum Neronem in hanc sectam cum maxime Romae orientem Caesariano gladio ferocisse» (Tertulliano, Apologeticum, 5,2).

«Tiberio, dunque, al tempo del quale entrò nel mondo il nome di “Cristiani”, riferì al Senato (il Senato aveva la facoltà di inserire nuove divinità nel Pantheon romano), con la prerogativa del suo favore, le cose a lui annunciate dalla Siria-Palestina, che avevano rivelato in quei luoghi la verità di questa divinità. Il Senato, non avendone raccolto delle prove esso stesso, le respinse; Cesare rimase fermo nella sua decisione e minacciò la pena di morte agli accusatori dei Cristiani. Consultate i vostri annali, là scoprirete che Nerone fu il primo a infierire con la spada di Cesare contro questa setta, proprio mentre a Roma cresceva maggiormente».

L’episodio, situato da San Girolamo nel 37-38 (34-35) d.C., è ricordato anche da Eusebio, in Storia ecclesiastica, II,2. C’è discussione sull’autenticità del fatto, che però si inserisce nell’insieme degli avvenimenti come tassello necessario e quindi assai verosimile.

È possibile che Pilato abbia inviato a Tiberio rendiconti, scritti e non a voce, mentre era a Gerusalemme, ma non ebbe occasioni per informare l’imperatore a voce nemmeno in seguito. Infatti, tra l’anno 39 (36) e il 40 (37) Vitellio destituì Pilato a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani per la rivolta del monte Garizim e lo inviò a Roma perché rispondesse del suo operato davanti al principe. Ma prima che Pilato potesse raggiungere Roma, Tiberio morì.

In ogni modo Pilato non avrebbe pensato a parlare così bene di Gesù a Tiberio da sollecitare quell’intervento dell’imperatore e i suoi resoconti scritti non erano in grado di fornire la prova della divinità di Gesù.

Quando Gesù era stato condotto davanti a lui perché lo processasse, Pilato “sapeva bene infatti che gliel'avevano consegnato per invidia” (Mt 27,18) perché non volevano che regnasse su di loro, con il beneplacito di Roma. Erano preoccupati che Pilato non avesse ostacolato l’ingresso regale di Gesù a Gerusalemme, perché voleva dire che al procuratore era giunto, forse da Vitellio, l’ordine di accoglierlo come re. Ne ebbero conferma quando cercò di difendere Gesù dalle loro accuse e ancor più quando chiese alla folla: «Metterò in croce il vostro re?» (Gv 19,15).

“Pilato compose anche un’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei»” (Gv 19,19). “I sommi sacerdoti dei Giudei dicevano allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei». Pilato rispose: «Ciò che ho scritto, ho scritto»” (Gv 19, 21-22). In tal modo Pilato riconosceva Gesù come Re del Giudei, e questo fa pensare che Tiberio gliel'avesse ordinato per mezzo di Vitellio.

Ma personalmente Pilato lo conosceva ben poco (Gv 18,28-19,13; Lc 23,4-16). Forse fu così impressionato da lui durante il processo, che qualche tempo dopo inviò all'imperatore il rendiconto in accordo con alcuni sacerdoti e con i cristiani. Il suo rendiconto, in ogni modo, non era tale da valere come prova per il Senato.

Qualcun altro, invece, aveva già conferito con Tiberio più volte, a voce, e l’aveva convinto della bontà e della grandezza della nuova dottrina. L’imperatore, quando gli pervenne il rendiconto di Pilato, era ben disposto a intervenire in favore dei cristiani. San Girolamo, nella sua traduzione e integrazione della Cronaca di Eusebio di Cesarea, colloca l'episodio della relazione di Pilato e della proposta di Tiberio esattamente nel secondo anno della 203ª olimpiade, ossia nel 37-38 (34-35) d.C.

Tiberio cercò di far approvare dal Senato quella legge per inserire a pieno titolo la nuova dottrina nella realtà pubblica dell’impero romano, come religio licita. Ma non riuscì nel suo intento, disponendo soltanto di resoconti orali dei fatti avvenuti in Siria-Palestina e non di una prova, quale avrebbe potuto essere uno scritto autorevole, testimoniato e certificato.

Dopo questo intervento straordinario in Senato, si era creata una situazione che l’imperatore non poteva accettare e così: “Cesare rimase fermo nella sua decisione e minacciò la pena di morte agli accusatori dei Cristiani”. Ma certamente, con questa fermezza, compì un secondo intervento: cercò una prova che il senato potesse accogliere. La cercò, mediante Pilato, presso colui che gli aveva parlato così bene di Gesù Cristo, da convincerlo a intervenire presso il Senato.

Domandiamoci ora chi mai poteva aver tenuto informato costantemente Tiberio degli avvenimenti insoliti che stavano interessando la Siria Palestina, - una Provincia inquieta che l’imperatore aveva conosciuto quando era più giovane, - tanto da far sorgere in lui la speranza di instaurare in quella regione tranquillità e pace, prima a opera di Gesù, poi dei cristiani.

Cercando qua e là, lo storico Giuseppe Flavio attira la nostra attenzione su un personaggio di nome Teofilo.

 

Teofilo, figlio di Anna

 

Giuseppe Flavio, in Antichità Giudaiche, XVIII,123, ci informa che Lucio Vitellio, governatore di Siria e padre del futuro imperatore Vitellio, mentre marciava verso Petra si fermò a Gerusalemme. “Restò qui tre giorni durante i quali depose il sommo Pontefice Gionata dal suo ufficio e pose al suo posto Teofilo, fratello di Gionata. Nel quarto gli fu recapitata la lettera che annunziava la morte di Tiberio”, che era avvenuta il 15 marzo del 40 (37) d.C.

Teofilo era figlio del sommo sacerdote Anna, ma aveva un nome greco. Forse era figlio di una moglie ellenista di Anna: a Gerusalemme erano presenti numerosi ebrei ellenisti (At 6,9).

Teofilo rimase sommo Pontefice fino al 44 (41), quando Caligola fu assassinato (Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XIX,297).

Apprendiamo così che l’imperatore, prima di morire, compì un terzo intervento straordinario, ordinando a Vitellio di elevare Teofilo al sommo pontificato.

Ora, se fu nominato sommo Pontefice dal legato di Tiberio, doveva esserci un motivo particolare. Si può arguire che Tiberio abbia dato a Vitellio l’incarico proprio perché Teofilo favorisse i cristiani, ben sapendo quanto aveva già fatto per loro.

Ipotizziamo, dunque, che fosse stato Teofilo a parlare di Gesù a Tiberio, avendo presto conosciuto il Maestro e avendo forse creduto nel Cristo-Messia.

Non tanto Pilato ma piuttosto Teofilo, che era un sacerdote ebreo, poteva aver riconosciuto in Gesù il Messia e poteva desiderare che egli entrasse nel culto ebreo e universale.

Teofilo aveva contribuito a lasciare a Gesù libertà di predicare, parlando bene di lui all’imperatore. Ma certamente questo rapporto amichevole tra Teofilo e Tiberio convinse l’imperatore a cercare di far riconoscere dal Senato la divinità di Cristo.

Quali erano le intenzioni di Tiberio?

Tertulliano ha fatto notare che all’imperatore premeva difendere i cristiani, a Roma e nell’impero, dai loro accusatori.

Ma Luca, negli Atti degli Apostoli, ha messo bene in evidenza che “La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria” (At 9,31) proprio nel periodo che possiamo far corrispondere al sommo pontificato di Teofilo. Perciò a Tiberio stava a cuore in modo particolare la pace per i cristiani in Palestina.

Teofilo, anche quando non era più sommo sacerdote, continuava a frequentare la corte degli imperatori, se è vero quanto che leggiamo nella Lettera VII del Carteggio tra San Paolo e Seneca, ritenuto autentico dalla professoressa Marta Sordi, eccetto le ultime due lettere: «Annaeus Seneca Paulo et Theophilo salutem…». Tuttavia non fu più possibile presentare al Senato quella richiesta, anzi l’imperatore Nerone, per questi motivi, sapeva bene che a Roma erano presenti numerosi cristiani e ne approfittò per addossare a loro la colpa dell’incendio di Roma.

 

Luca a Gerusalemme

 

Teofilo, nominato sommo sacerdote, aveva ricevuto autorità dall’imperatore di Roma e autorità religiosa nel popolo di Israele.

Ora comprendiamo perché Luca, nel passo che stiamo esaminando, si rivolge a un certo Teofilo usando il titolo κράτιστε (“eccellentissimo”), che negli Atti degli Apostoli è riservato a figure del potere politico romano, come Felice (At 23,26; 24,3) e Festo (At 26,25), procuratori di Roma in Palestina. Il Teofilo a cui Luca si rivolge è proprio questo figlio del sommo sacerdote Anna, nominato sommo sacerdote a sua volta per volere di Tiberio, nel 40 (37) d.C., e rimasto in quel ruolo fino al 44 (41).

Luca gli offre “appunto” la prova di cui aveva bisogno. È ovvio che Teofilo si era rivolto a lui ancora prima che Tiberio morisse, cioè prima di essere nominato sommo sacerdote, conoscendolo bene e ritenendolo in grado di assolvere questo compito.

Alcuni indizi rivelano che, quando Gesù iniziò la sua predicazione, Luca fosse giovane e lavorasse già a Gerusalemme, svolgendo compiti pubblici importanti in quell’ambiente.

— Innanzitutto sappiamo che Luca era medico (Col 4,14).

— Luca era molto istruito, abile nel raccogliere informazioni e nello scrivere, con le caratteristiche di un pubblico ufficiale.

— Negli Atti degli Apostoli si dimostra perfetto conoscitore dell’ambiente del Tempio e racconta gli inizi della Chiesa a Gerusalemme, con tutti i particolari che poteva scrivere chi era presente, finché Paolo di Tarso parte per la sua missione portando con sé Barnaba e lo stesso Luca. Anche nel passo che stiamo esaminando dice che gli avvenimenti “hanno avuto pieno compimento tra noi”: puntualizza, cioè, “si sono conclusi tra noi”, a Gerusalemme dove egli lavorava e dove era presente anche l’interlocutore, Teofilo. Con questo riconosce che ci sono stati altri “testimoni fin dall’inizio” mentre lui non ha potuto esserlo sempre. Conosceva bene il lavoro degli “incaricati del resoconto” che riguardava Gesù.

— Col 4,11 lo esclude da un’origine ebraica, non veniva dalla circoncisione; ma Paolo, all’inizio, sosteneva la necessità della circoncisione per essere cristiani e quindi Luca, suo collaboratore, era sicuramente circonciso. In At 6,5 ricorda uno dei sette diaconi, “Nicola, un proselito di Antiochia”: la precisazione non era necessaria, ma suggerisce che anche Luca fosse come lui. La Chiesa non era ancora aperta ai pagani e non erano ancora iniziati i viaggi apostolici di Paolo, ma Nicola aveva già aderito alla fede d'Israele e si distingueva come cristiano. Luca sembra proprio volerci dire di aver seguito lo stesso percorso, essendo anche lui di Antiochia (Eusebio, Storia Ecclesiastica 4,6-7).

— A quel tempo un pagano convertito all'ebraismo, circonciso e osservante della Torah, definito "proselito di giustizia", era considerato a tutti gli effetti ebreo. Di conseguenza, non vi erano ostacoli religiosi o legali di fondo che gli impedissero di esercitare la professione di medico delle comunità ebraiche dell'epoca, anche all'interno delle strutture di supporto al Tempio di Gerusalemme. Come medico esercitava certamente in quell’ambiente e, come medico del Tempio, era alla dipendenza dei sacerdoti, in particolare per le relazioni con i romani, ed era ben inserito nell’ambiente della Palestina.

— Nel Vangelo di Luca c’è una frase enigmatica: Ἐγένετο δὲ ἐν τῷ συμπληροῦσθαι τὰς ἡμέρας τῆς ἀναλήμψεως αὐτοῦ καὶ αὐτὸς τὸ πρόσωπον (stemma) ἐστήρισεν τοῦ πορεύεσθαι εἰς Ἰερουσαλήμ (Lc 9,51), che ho tradotto: “Avvenne quando si compirono (40 meai dal battesimo nel Giordano) i giorni per assumere [ufficialmente] il suo incarico: egli stabilì [il vessillo con] lo stemma [della sua regalità] per andare a Gerusalemme”. Nell’opera dello scrittore, retore e filosofo siriano, Luciano di Samosata, che visse ad Antiochia negli anni appena successivi a Luca, troviamo ἀναλήψις (29,5) e ἀναλαμβὰνω (3,11), con tale significato particolare e insolito: “l’incaricarsi di qualcosa”. Luca ha potuto riferire questa circostanza proprio perché era a Gerusalemme al servizio dei sacerdoti. Tra questi c’era Teofilo. Quando Gesù iniziò la sua vita pubblica, Teofilo e Luca furono presto interessati all’opera del Cristo Re. In At 6,7 leggiamo: “anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede” e supponiamo che almeno alcuni, come Teofilo, abbiano aderito già durante la vita pubblica di Gesù. Teofilo aveva perciò la motivazione e l’autorità per registrare uno stemma (πρόσωπον) per Gesù. Venne in tal modo percorsa una corretta procedura di innalzamento al suo ruolo regale. Così Luca forniva il suo sostegno giuridico a Gesù Cristo nella vita pubblica e, dopo la Pasqua giudaica dell’anno 32, registrò il vessillo con lo stemma regale. Ma sicuramente il procuratore Ponzio Pilato ne venne informato e ne era cosciente quando dovette giudicare Gesù.

— E come spiegare che nel Vangelo di Luca siano contenute alcune parabole più estese di tutte le altre nei Vangeli? Dobbiamo immaginare che Luca, per il suo lavoro al Tempio al servizio dei sacerdoti, avesse appreso un metodo di stenografia e che ciò gli abbia permesso di stenografare i discorsi di Gesù, quando gli fu possibile seguirlo.

— Nel racconto di Lc 24,13-36, l’evangelista lascia intendere di essere uno dei due che vanno da Gerusalemme a Emmaus, il giorno della risurrezione di Gesù. I due discepoli aspettarono il giorno dopo il sabato, quando era permesso intraprendere il viaggio, per fuggire da Gerusalemme lontano dai sommi sacerdoti che avevano voluto la crocifissione, verso Emmaus dove probabilmente c’era una guarnigione romana. A tal proposito, Giuseppe Flavio, in Guerra giudaica, VII,217, parla di «una località che si chiama Emmaus e dista trenta stadi da Gerusalemme», ossia circa km 5,5. Nei dintorni di Gerusalemme, «verso la campagna» (Mc 16,12), alla distanza di circa km 5,5 da Gerusalemme, è stato individuato un sito archeologico con resti di opere romane. Luca tiene a precisare che percorsero 60 stadi (11 chilometri). La differenza tra le due misure è un ulteriore indizio che Luca ha percorso, passo dopo passo, quelle stradine nascoste tra le colline. Quella sera, poi, ritornarono a Gerusalemme in un’ora essendo giovani e buoni camminatori. Inoltre, se esaminiamo con attenzione l'episodio e lo traduciamo con cura, notiamo che Luca vi si esprime come un giovane che è stato protagonista del fatto, semplicemente per raccontare quel momento eccezionale che ha vissuto, con un’immediatezza e una vivacità non evidenti in altre parti del suo Vangelo. Inoltre rivela il nome di un discepolo, Cleofa, ma non del secondo, che pure è un importante testimone della Risurrezione (lo storico Egesippo del II secolo, citato da Eusebio in Storia Ecclesiastica 3,11,2; 3,32,4.6; 4,22,4, ci informa che Cleofa era fratello di Giuseppe di Nazaret e padre di Giuda e Simone, “fratelli di Gesù”).  Luca, per modestia ed essendo il più giovane dei due, non vuole dire apertamente di essere stato testimone privilegiato di un’apparizione di Gesù risorto ma, nello stesso tempo, lascia intendere di essere stato il secondo testimone necessario legalmente: è come se ponesse la sua firma al racconto. D’altronde, anche l’evangelista Giovanni non si nomina mai nel suo Vangelo. I due che andavano a Emmaus avevano sperato che Gesù Cristo fosse “colui che stava per redimere Israele”. Questa frase lascia intravedere la trattativa svolta dal sacerdote Teofilo presso l’imperatore Tiberio, per ottenere che venisse lasciata piena libertà d’azione al Cristo Re. Teofilo era figlio del sommo sacerdote Anna, ma in pieno disaccordo con lui, e sperava che Gesù si proclamasse re. Dopo Erode il Grande e suo figlio Archalao, i Giudei non avevano più avuto un re, anzi i Romani erano stati costretti a inviare un loro procuratore, che invero si trovava spesso in difficoltà. Perciò anche a Tiberio conveniva che la Giudea fosse governata da un re con le caratteristiche di Gesù.

— Dopo la fuga a Emmaus, Luca comprese che Gesù gli affidava una sua missione particolare. Infatti Paolo lo menziona come «il fratello che tutte le Chiese lodano a motivo del Vangelo»: τὸν ἀδελφὸν οὗ ὁ ἔπαινος ἐν τῷ εὐαγγελίῳ διὰ πασῶν τῶν ἐκκλησιῶν (2 Corinzi 8,18). La lode era giustificata da tutto quello che abbiamo detto di lui.

 

Ci piace definire la prefazione di Luca come “certificazione e enigma”, perché il tutto rimane incomprensibile finché non si è trovato il significato chiaro di ogni sua parte e lo si trova soltanto con un’approfondita ricerca sul significato di ogni parola in quelle circostanze. È il richiamo alla situazione precisa, viva e concreta e non lascia spazio a elucubrazioni.

Del resto, anche Giovanni presenta una simile “certificazione a enigma” per la risurrezione di Gesù: ἔρχεται οὖν καὶ Σίμων Πέτρος ἀκολουθῶν αὐτῷ, καὶ εἰσῆλθεν εἰς τὸ μνημεῖον· καὶ θεωρεῖ τὰ ὀθόνια κείμενα, καὶ τὸ σουδάριον, ὃ ἦν ἐπὶ τῆς κεφαλῆς αὐτοῦ, οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον· “Giunge intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed è entrato nel sepolcro e vede i lini appiattiti, e il sudario, che era (legato) sul suo capo, non  appiattito tra i lini ma sorprendentemente avvolto intorno a un’estremità” (Gv 20,6-7).

Giovanni e Luca si conoscevano bene, perché Giovanni “era conosciuto dal sommo sacerdote” (Gv 18,15) e Luca lavorava al Tempio per i sacerdoti. Non ci stupiremmo, dunque, che questa formula di certificazione sia proprio opera di Luca.

 

Un tesoro disponibile: il primo Vangelo di Matteo

 

Luca sottintende che ciò che scrive è ambientato «tra noi», a Gerusalemme. Certamente Teofilo sapeva che l’apostolo Matteo aveva già pubblicato un suo Vangelo, scritto in aramaico, e questa poteva ben essere la base per la prova di cui Tiberio aveva bisogno. Sapeva pure che i “testimoni oculari e incaricati del resoconto” si eran rivolti a Luca per la traduzione in greco, in vista di “strutturare un racconto ufficiale degli avvenimenti”.

Abbiamo notizia di questo Vangelo, a opera di Eusebio di Cesarea che ci offre due testimonianze:

1. La testimonianza di Origene, riportata da Eusebio in Hist. Eccl. VI,25,3. Origene, all'inizio del III secolo, parlando dei Vangeli, fa riferimento a quello di Matteo: «Per primo fu scritto quello Secondo Matteo, il quale era stato un tempo pubblicano, poi apostolo di Gesù Cristo, nella lingua degli Ebrei». Ciò vuole dire che Matteo scrisse questo Vangelo prima che Luca scrivesse il suo.

2. La testimonianza di Papia, riportata da Eusebio in Hist. Eccl.  III,39,15-16. Papia scrive nel 130 d.C.: «Matteo raccolse quindi i detti (logìa) di Gesù nella lingua degli Ebrei, ma li tradusse ciascuno come meglio poté». Matteo scrisse dei logìa, che si potrebbero definire annotazioni effettuate nei momenti più significativi del ministero di Gesù, senza inquadrarle in un racconto organico.

Pure Ireneo riferisce: «Anche Matteo pubblicò un Vangelo scritto tra gli Ebrei nel loro dialetto, mentre Pietro e Paolo predicavano a Roma e gettavano le fondamenta della Chiesa» (Adversus Haereses, III,1,1).

E Girolamo, nel De viris illustribus, narra che all'epoca del suo racconto (392 d.C.) nella biblioteca di Cesarea Marittima esisteva un libro raccolto da Panfilo martire e che i Nazareni di Berea (Aleppo) gli permisero di copiare e tradurre in greco e latino. Girolamo si riferisce a questo libro come all'«originale ebraico» (in aramaico con caratteri ebraici) e afferma che il vangelo usato da Nazareni ed Ebioniti era considerato da molti l'«originale di Matteo» (Sofronio Eusebio Girolamo, De viris illustribus, 2 e Adversus Pelagianos, 3, 2).

Presumibilmente questo libro non si era diffuso sia perché non era un racconto strutturato, dato che Matteo aveva annotato i fatti e le parole di Gesù immediatamente, sia perché era stato ripreso interamente nei Vangeli di Luca, di Matteo e in parte in quello di Marco, come vedremo in seguito.

 

Luca assume un compito, con ampi orizzonti

 

Luca, dunque, accettò la richiesta di Teofilo con grande impegno e con coscienza storica. A partire dalla sua certificazione, scopriamo cha in tutti e quattro i Vangeli sono inserite informazioni che ci possono condurre a individuare come e quando gli evangelisti li hanno scritti.

La cultura scientifica degli ultimi secoli ha reso sempre più impellente una verifica storica dei Vangeli, ma ha pure fornito gli strumenti per indagare e sviluppare quanto è contenuto in essi, così che si possa restituirli alla concretezza originaria.

Intanto, con un accurato lavoro critico è stato possibile agli studiosi ricostruire, con pochissime incertezze, i testi originali del Nuovo Testamento, in greco.

 

Lc 1,1-4, il testo greco originale

 

1Ἐπειδήπερ πολλοὶ ἐπεχείρησαν ἀνατάξασθαι διήγησιν περὶ τῶν πεπληροφορημένων ἐν ἡμῖν πραγμάτων, 2καθὼς παρέδοσαν ἡμῖν οἱ ἀπ’ ἀρχῆς αὐτόπται καὶ ὑπηρέται γενόμενοι τοῦ λόγου, 3ἔδοξε κἀμοὶ παρηκολουθηκότι ἄνωθεν πᾶσιν ἀκριβῶς καθεξῆς σοι γράψαι, κράτιστε Θεόφιλε, 4 ἵνα ἐπιγνῷς περὶ ὧν κατηχήθης λόγων τὴν ἀσφάλειαν. (Lc 1,1-4)

 

Ora analizziamo le parole e scegliamo il significato più pertinente.

A tale scopo è indispensabile che ci sganciamo dalla traduzione in latino del IV secolo, detta Vulgata, mantenuta invariata fino a noi:

 

Quoniam quidem multi conati sunt ordinare narrationem, quae in nobis completae sunt, rerum, sicut tradiderunt nobis qui ab initio ipsi viderunt et ministri fuerunt sermonis, visum est et mihi, assecuto omnia a principio diligenter, ex ordine tibi scribere, optime Theophile, ut cognoscas eorum verborum, de quibus eruditus es, veritatem.

 

Oggi i fondamenti del cristianesimo vengono discussi con tutti gli strumenti scientifici e non possiamo più mantenere con leggerezza antiche incertezze nella traduzione.

 

 

Ἐπειδήπερ

Poiché appunto

Ἐπειδή indica una successione temporale-causale: “dopo che”, “poiché”. Il rafforzamento - può significare “proprio”, “appunto”.

Rileviamo la correlazione «Ἐπειδήπερ πολλοὶ ἔδοξε κἀμοῖLuca usa la stessa correlazione in un altro documento ufficiale, il decreto del Concilio di Gerusalemme (At 15,24-25): Ἐπειδή ἔδοξεν

πολλοὶ

molti

È ben difficile che “molti”, ciascuno per conto proprio, abbiano tentato di scrivere racconti di questo genere. Infatti tal caso il greco avrebbe richiesto normalmente il plurale: "comporre racconti". Ricordiamo pure, come abbiamo anticipato, che tutto è avvenuto in una decina d’anni e che non è rimasto niente all’infuori dei quattro Vangeli.

Erano presenti quasi tutti i testimoni dei fatti e chi avesse voluto scrivere poteva consultarli oppure scrivere con loro.

Soltanto l’apostolo Matteo aveva già pubblicato un suo primo Vangelo in aramaico.

Non prendiamo in considerazione i vangeli apocrifi, che sono molto più tardivi.

E se, invece, la realtà fosse un’altra? Perché non ipotizzare che “molti” scribi si siano riuniti a Gerusalemme per comporre un nuovo racconto, che facesse emer­gere le ricchezze contenute nel Vangelo originale di Matteo, come da un «tesoro»?

Questo ci è suggerito da Mt 13,51-52, che ben riassume lo stile del Vangelo secondo Matteo:

“«Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche»”.

ἐπεχείρησαν

hanno incominciato

“Tentare” è un significato classico, supportato dal Liddell-Scott-Jones, e si trova, tra gli altri, in Erodoto (Hdt. δρησμῷ ἐ. “tentare la fuga”, 6.7) e Senofonte (X. Mem. 2.3.5).

Ma “porre mano a” è il significato letterale del termine, che principalmente si traduce con “intraprendere”, “iniziare”.

Esaminiamo un altro caso in cui Luca usa il verbo ἐπιχειρὲω:

— ἐπεχείρησαν δέ τινες καὶ τῶν περιερχομένων Ἰουδαίων ἐξορκιστῶν ὀνομάζειν ἐπὶ τοὺς ἔχοντας τὰ πνεύματα τὰ πονηρὰ τὸ ὄνομα τοῦ κυρίου Ἰησοῦ λέγοντες· Ὁρκίζω ὑμᾶς τὸν Ἰησοῦν ὃν Παῦλος κηρύσσει.

“Alcuni esorcisti ambulanti giudei si misero a invocare anch'essi il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica». (At 19,13).

Qui ἐπεχείρησαν significa «“si misero a” invocare il nome del Signore Gesù»: non “tentarono” di invocarlo, come se invocarlo fosse difficile; lo invocarono realmente per tentare di scacciare anche loro i demoni.

“Iniziare” o “incominciare” è il significato più immediato, che meglio contribuisce a trovare la logica complessiva di Lc 1,1-4. Perché, dunque, non dovremmo scegliere questo?

ἀνατάξασθαι

a strutturare

Qui si deve cercare un senso autonomo del verbo, perché il contesto non offre altri riferimenti. Quindi lo analizziamo.

L’avverbio “ἀνά” ha un senso di moto, “verso l’alto”. Può anche significare ripetizione, come in ἀναγιγνώσκω: riconoscere, conoscere di nuovo, e – in senso traslato – leggere.

Ma ἀνατάσσω, nella diatesi media, significa: esamino in ordine, ripasso, espongo, scrivo ricordando (Plut. M. 968; NT). Inoltre notiamo che il verbo è un composto di τάσσω, che significa “ordino”. L’enfasi del verbo indica un impegno importante a scrivere un racconto ben ordinato.

Possiamo allora interpretare come: “innalzo la struttura, la costruzione ben strutturata, ordinata”, di un racconto.

Ma con quale scopo? Siamo di nuovo condotti a pensare al Vangelo secondo Matteo, che è il risultato di un lavoro di strutturazione svolto da «molti», in greco.

διήγησιν

un racconto [ufficiale]

Racconto [ufficiale] e strutturato: il Vangelo secondo Matteo, originale in greco, ha queste caratteristiche. È strutturato in cinque sezioni e venne pubblicato immediatamente in tutto l'impero romano e oltre.

Il vocabolo “διήγησις” sembra designare, qui, un racconto di avvenimenti particolarmente significativi che poteva essere pubblicato per iscritto o pronunciato pubblicamente in forma fissa, a memoria.

Vediamo un esempio di At 8,33: ἐν τῇ ταπεινώσει ἡ κρίσις αὐτοῦ ἤρθη· τὴν γενεὰν αὐτοῦ τίς διηγήσεται; ὅτι αἴρεται ἀπὸ τῆς γῆς ἡ ζωὴ αὐτοῦ. “Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”. È un passo del profeta Isaia e mostra come la discendenza di una persona venisse descritta, nome per nome, con un racconto detto appunto διήγησις.

περὶ τῶν

circa gli (degli)

 

πεπληροφορημένων

che hanno avuto pieno compimento

Per il significato del verbo, vedere 2 Tm 4,5: “πληροφορήσον”: “compi appieno”.

Questo verbo appare molto importante e pregno di significato: è riferito a fatti straordinari, mai visti, Misteri portati a compimento dalla potenza di Dio compiendo le Profezie. Ci dice però che Luca e Teofilo, a Gerusalemme, hanno assistito soltanto alla conclusione di avvenimenti così grandi, iniziati e svoltisi prevalentemente altrove.

ἐν ἡμῖν

tra noi

… che abitiamo a Gerusalemme (vedere Lc 9,51.53; 13,22; 17,11; 18,31; 19-24). Le varie interpretazioni di Lc 1,1-4 hanno dato luogo anche a varie interpretazioni di ἐν ἡμῖν, ma l’accuratezza mostrata da Luca ci induce a prenderlo semplicemente alla lettera.

L’autore, Luca, e il destinatario del documento, Teofilo, hanno visto la conclusione degli avvenimenti.

In ogni modo si poteva dire “che si sono compiuti tra noi” rivolgendosi a un personaggio ebreo, prima della rivolta giudaica, perché in seguito a quegli avvenimenti sconvolgenti era divenuto impossibile ritrovare il gruppo sociale entro il quale i fatti si erano compiuti e conclusi.

πραγμάτων,

avvenimenti

Notiamo subito che Luca non aveva bisogno di nominare questi fatti perché erano successi da poco e molti ne parlavano. L'imperatore Tiberio ne era già stato informato, man mano si svolgevano. Chi doveva leggere sapeva bene di che avvenimenti si trattava.

καθὼς παρέδοσαν ἡμῖν

come ci hanno richiesto

Nel testo greco manca il complemento oggetto, necessario per avere la traduzione consueta: “come ce [li] hanno trasmessi”. Ricordando che Luca può avere scritto il suo Vangelo soltanto entro una decina d’anni dai fatti, praticamente è lui il primo a usare nel Nuovo Testamento il verbo παραδίδωμι. Quindi l’ha usato liberamente, in un senso classico della lingua greca. In seguito è divenuto un verbo importante per i cristiani con un significato specifico, anche interpretando erroneamente il presente testo di Luca.

Ebbene: il vocabolario ci offre, tra i significati classici di παραδίδωμι, la costruzione con l’infinito: παρέδωκεν τρέφειν (Euripide, Or., 64).

Accogliendo il suggerimento, consideriamo sottinteso nella frase l’infinito più vicino: ἀνατάξασθαι.

Leggiamo ora: καθὼς παρέδοσαν ἡμῖν (ἀνατάξασθαι) e scopriamo un ulteriore significato: “come ci hanno affidato il compito (di strutturare)”, ovvero “come ci hanno richiesto (di strutturare).

“I testimoni oculari e incaricati del resoconto”, che Luca nomina di seguito, hanno formulato la richiesta perché sono in possesso del “tesoro” (Mt 13,52) di un resoconto scritto:

1- Hanno richiesto a Luca di tradurre dall’aramaico in greco il primo Vangelo di Matteo, che altrimenti non si poteva usare per la strutturazione di un racconto ufficiale, adatto alle genti dell’impero romano.

2 - Hanno richiesto ai “molti” “scribi che sono divenuti discepoli del regno dei cieli” di “estrarre dal loro tesoro cose nuove e cose antiche”.

In effetti il racconto strutturato proviene in gran parte dal resoconto originale di Matteo, che era disorganico e frammentario; ma non intende ripeterlo pedissequamente e ha immediatamente valore per tutta la Chiesa.

οἱ ἀπ᾽ ἀρχῆς

coloro dall’inizio

La proposizione contiene un solo verbo, il participio γενόμενοι. Αὐτόπται e ὑπηρέται sono uniti dall’articolo οἱ e dalla copula καὶ, formando un unico predicato nominale, e nulla autorizza a separarli e a far dipendere dal verbo soltanto il secondo.

Ἀπ᾽ἀρχῆς… γενόμενοι, come in At 26,5 ἀπ᾽ἀρχῆς γενομένην, è un’espressione che aiuta a certificare che qualcuno è stato davvero in questa condizione fin dall’inizio.

Sono almeno due i testimoni che hanno visto i fatti dall’inizio e la loro testimonianza scritta è valida legalmente e universalmente, secondo una norma consolidata del diritto.

Uno di questi è Levi (Matteo), che lavorava come esattore delle tasse a Ca­farnao. Una delle sue mansioni era quella di annotare accuratamente le situazioni di chi gli doveva denaro. Un giorno vide arrivare Gesù, lo sentì parlare e lo vide compiere azioni straordinarie. Non venne nemmeno sera che egli già aveva scritto ciò che gli era parso subito memorabile. Quando poi Gesù lo chiamò a seguirlo, un personaggio autorevole di Gerusalemme, venuto a conoscenza della sua diligente iniziativa, gli affidò l’incarico di scrivere il resoconto.

Ugualmente, come cercheremo di spiegare in seguito, Giovanni di Zebedeo, che era discepolo di Giovanni Battista insieme ad Andrea, il giorno stesso in cui seguì Gesù ricevette, da persone importanti o dal Maestro stesso, l’incarico di scrivere il resoconto di ciò che avrebbe vissuto seguendo lui.

αὐτόπται

testimoni oculari

Αὐτόπται (testimoni oculari) è sostantivo, non participio. Indica persone che vedono con i propri occhi e non include il concetto di azione compiuta nel passato, che, cioè, queste persone siano state prima αὐτόπται e poi ὑπηρέται.

καὶ ὑπηρέται

e incaricati

Come comprendiamo da quel che dice Luca in questo passo, Matteo e Giovanni, che avevano scritto il rispettivo “resoconto” dei fatti riguardanti Gesù, non avevano agito di propria iniziativa, ma per un incarico ricevuto ufficialmente da alcune autorità di Gerusalemme.

Non avrebbero potuto scrivere di nascosto il resoconto dei fatti e hanno messo per iscritto, costantemente e alla luce del sole, i momenti più significativi dell’opera di Gesù.

Perciò Teofilo ne era al corrente, anzi aveva verosimilmente contribuito a certificare le testimonianze dell’evangelista Giovanni.

Infatti, in Gv 19,35 leggiamo: καὶ ὁ ἑωρακὼς μεμαρτύρηκεν, - καὶ ἀληθινὴ αὐτοῦ ἐστιν ἡ μαρτυρία, καὶ ἐκεῖνος οἶδεν ὅτι ἀληθῆ λέγει, - ἵνα καὶ ὑμεῖς πιστεύητε.

Ricostruzione: καὶ ὁ ἑωρακὼς μεμαρτύρηκεν ἵνα καὶ ὑμεῖς πιστεύητε, καὶ ἀληθινὴ αὐτοῦ ἐστιν ἡ μαρτυρία, καὶ ἐκεῖνος οἶδεν ὅτι ἀληθῆ λέγει. “E chi ha visto (Giovanni evangelista) ne ha dato testimonianza perché anche voi crediate - e la sua testimonianza è vera (lo testimoniano coloro che redigono il Vangelo) e quegli (Teofilo?) sa che (Giovanni) dice il vero (insieme agli autori lo certifica “quel” personaggio ben conosciuto dai lettori di quel momento preciso).

È la certificazione della morte di Gesù.

Ὑπηρέτης indica generalmente ogni persona attinente al servizio di una nave, come un rematore; oppure colui che esegue le disposizioni di un magistrato, dipende da un medico, ricevendo uno stipendio.

Alcuni esempi:

Lc 4,20: καὶ πτύξας τὸ βιβλίον ἀποδοὺς τῷ ὑπηρέτῃ ἐκάθισεν· καὶ πάντων οἱ ὀφθαλμοὶ ἐν τῇ συναγωγῇ ἦσαν ἀτενίζοντες αὐτῷ. “Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'incaricato e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui”. Qui il termine è usato con il significato di “incaricato dei rotoli sacri”.

Lc 18,18: εἱστήκεισαν δὲ οἱ δοῦλοι καὶ οἱ ὑπηρέται ἀνθρακιὰν πεποιηκότες, ὅτι ψῦχος ἦν, καὶ ἐθερμαίνοντο· ἦν δὲ καὶ ὁ Πέτρος μετ’ αὐτῶν ἑστὼς καὶ θερμαινόμενος. “Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava”. Osserviamo la distinzione tra servi e guardie.

Nel considerare la possibilità che il vocabolo assuma in Lc 1,2 il significato, legittimo, di "ministri" è di poca utilità At 6,4: «ἡμεῖς δὲ τῇ προσευχῇ καὶ τῇ διακονίᾳ τοῦ λόγου προσκαρτερήσομεν». Gli Apostoli chiesero di potersi dedicare in primo luogo «alla preghiera», e poi «al servizio della parola». Διακονία indica normalmente un “servizio”, non un “ministero”.

Altri esempi:

- Οὕτως ἡμᾶς λογιζέσθω ἄνθρωπος ὡς ὑπηρέτας Χριστοῦ καὶ οἰκονόμους μυστηρίων θεοῦ. «Dunque ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1 Cor 4,1). Gli Apostoli si consideravano “ministri di Cristo”, cioè esecutori dei suoi comandi, e amministratori dei misteri di Dio.

- ἀλλὰ ἀνάστηθι καὶ στῆθι ἐπὶ τοὺς πόδας σου· εἰς τοῦτο γὰρ ὤφθην σοι, προχειρίσασθαί σε ὑπηρέτην καὶ μάρτυρα ὧν τε εἶδές με ὧν τε ὀφθήσομαί σοι. «Su, alzati e rimettiti in piedi; infatti ti sono apparso per questo, per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora» (At 26,16). L’apostolo Paolo si riteneva “ministro e testimone di cose viste”: doveva agire per renderle efficaci, non limitarsi a diffonderle con “la parola”.

Dunque è poco probabile che gli Apostoli, testimoni di Gesù Cristo, fossero definiti dalla Chiesa “ministri della parola”.

Intanto questo errore di traduzione ha avuto una portata enorme.

γενόμενοι

che [ne] sono stati

“Dall’inizio” sono stati testimoni dei fatti e sono stati incaricati di stenderne il resoconto immediato.

Il participio aoristo γενόμενος è usato con lo stesso significato in At 26,5, che è un testo giuridico: τὴνἀπ᾽ἀρχῆςενομένην.

At 15,25 (de­creto del Concilio di Gerusalemme): ἔδοξεν ἡμῖν γενομένοις (“trovandoci”) ὁμοθυμαδὸν, una formula simile al Prologo di Luca.

Lc 4,23: Ἰατρέ, θεράπευσον σεαυτόν· ὅσα ἠκούσαμεν γενόμενα (che sono avvenute, che sono state) εἰς τὴν Καφαρναοὺμ ποίησον καὶ ὧδε ἐν τῇ πατρίδι σου.

Lc 10,13: Οὐαί σοι, Χοραζίν· οὐαί σοι, Βηθσαϊδά· ὅτι εἰ ἐν Τύρῳ καὶ Σιδῶνι ἐγενήθησαν αἱ δυνάμεις αἱ γενόμεναι (avvenuti) ἐν ὑμῖν, πάλαι ἂν ἐν σάκκῳ καὶ σποδῷ καθήμενοι μετενόησαν.

Γενόμενος è usato più volte da Luca come participio del verbo essere con il significato di “che si è trovato a essere”, “che è stato”, non indica un divenire.

Questo è il significato dell’unico verbo, se lo attribuiamo agli ἀπ᾽ἀρχῆς αὐτόπται, quindi lo stesso significato vale per gli ὑπηρέται.

τοῦ λόγου,

del resoconto

 

“Del resoconto degli avvenimenti stessi”, scritto.

Consideriamo, nel nostro caso, i vari significati di logos:

- λόγος, resoconto scritto di cronaca che ci è testimoniato qui da Luca, il tesoro di Mt 13,52;

- λόγωι, resoconti a voce (Lc 1,4);

- λόγος, libro del Vangelo e degli Atti degli Apostoli (At 1,1);

- λόγος (a voce) e ἐπιστολὴ (scritta) che si completano e sono considerati insufficienti singolarmente (2 Tess. 2,15).

Merita particolare attenzione il termine λόγος (lògos), come è usato da Luca, sia al singolare sia al plurale, nello stesso periodo sintattico. Λόγου e λόγων devono avere per forza lo stesso significato: “resoconto” “degli avvenimenti che hanno avuto pieno compimento tra noi”, altrimenti era necessario precisarlo. Tuttavia sono in opposizione scritto-orale.

Facciamo, poi, ben attenzione alle reali intenzioni di Luca.

L’evangelista inizia così gli Atti degli Apostoli: Τὸν μὲν πρῶτον λόγον ἐποιησάμην περὶ πάντων, ὦ Θεόφιλε, ὧν ἤρξατο ὁ Ἰησοῦς ποιεῖν τε καὶ διδάσκειν ἄχρι ἧς ἡμέρας ἐντειλάμενος τοῖς ἀποστόλοις διὰ πνεύματος ἁγίου οὓς ἐξελέξατο ἀνελήμφθη (At 1,1-2). “Nel mio primo libro (= concreto “resoconto” scritto) ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo”. Luca ha scritto un primo λόγος, il Vangelo, e ne presenta un secondo, gli Atti degli Apostoli, ambedue “resoconti scritti” di avvenimenti (πράγματα, πράξεις).

In particolare il Vangelo vuole essere il racconto fedele di quello che Gesù Cristo, Figlio di Dio, ha compiuto.

Distinguiamo ancora, quando il termine λόγος indica il ragionamento, il contenuto da comunicare:

- la comunicazione nell’insegnamento e nella predicazione che certamente avveniva a voce ma, per gli evangelizzatori, attenendosi a ciò che era scritto (1 Cor 4,6: «perché impariate dalle nostre persone a stare a ciò che è scritto»);

- la comunicazione nelle pratiche legali, negli atti giuridici e giudiziari, dove era richiesto lo scritto.

Di questa seconda tipologia vediamo alcuni esempi:

- Lc 16,5-7.17: Πόσον ὀφείλεις τῷ κυρίῳ μου; ὁ δὲ εἶπεν· Ἑκατὸν βάτους ἐλαίου· ὁ δὲ εἶπεν αὐτῷ· Δέξαι σου τὰ γράμματα καὶ καθίσας ταχέως γράψον πεντήκοντα. ἔπειτα ἑτέρῳ εἶπεν· Σὺ δὲ πόσον ὀφείλεις; ὁ δὲ εἶπεν· Ἑκατὸν κόρους σίτου· λέγει αὐτῷ· Δέξαι σου τὰ γράμματα καὶ γράψον ὀγδοήκοντα.

“Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

- Gv 19,22: ἀπεκρίθη ὁ Πιλᾶτος· Ὃ γέγραφα γέγραφα.

“Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto ho scritto”.

- At 25,26: περὶ οὗ ἀσφαλές τι γράψαι τῷ κυρίῳ οὐκ ἔχω· διὸ προήγαγον αὐτὸν ἐφ’ ὑμῶν καὶ μάλιστα ἐπὶ σοῦ, βασιλεῦ Ἀγρίππα, ὅπως τῆς ἀνακρίσεως γενομένης σχῶ τί γράψω.

“Ma sul suo conto non ho nulla di preciso da scrivere al sovrano (l’imperatore romano); per questo l'ho condotto davanti a voi e soprattutto davanti a te, o re Agrippa, per avere, dopo questa udienza, qualcosa da scrivere”.

In ambito cristiano, si integravano la proclamazione a voce e il ragguaglio tramite lettera, così da confermare l’importanza della comunicazione: ἄρα οὖν, ἀδελφοί, στήκετε, καὶ κρατεῖτε τὰς παραδόσεις ἃς ἐδιδάχθητε εἴτε διὰ λόγου εἴτε δι’ ἐπιστολῆς ἡμῶν (2 Tess. 2,15).

“Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera”.

Questa complementarietà di comunicazione orale e scritta sembrerebbe presente anche nella prefazione del Vangelo di Luca. Ma, ben diversamente, in essa notiamo la necessità dello scritto come prova dell’informazione a voce, poiché Luca dichiara di scrivere a Teofilo per offrirgli una certezza che i resoconti orali non gli avevano dato.

ἔδοξε

ho deciso

Esprime una decisione autorevole e ufficiale, come At 15,22.25.28.

Il funzionario Luca si rende garante di tutto ciò che è scritto nel documento.

Luca, medico del Tempio, era molto abile nel tradurre dall’aramaico al greco e viceversa, dati i rapporti continui tra il personale del Tempio e i romani dominatori. Il greco era la lingua ufficiale dell’impero romano.

κἀμοὶ

anch’io,

L’insieme suggerisce che Luca abbia ricevuto dai “testimoni e incaricati del resoconto” la richiesta di tradurre il primo Vangelo di Matteo. Inoltre ha ricevuto da Teofilo la richiesta di una “prova dei resoconti che ha udito”.

L’evangelista, con esatta cognizione di causa, completa ciò che ha tradotto con varie altre testimonianze, lo trascrive ordinatamente e gli dà i requisiti di un documento ufficiale, da presentare all’autorità ebraica e romana.

παρηκολουθηκότι

dopo aver acquisito

Letteralmente: “dopo aver seguito”; ma il vocabolario mi dà anche il significato “afferro”, “comprendo” (Dem. 423), cioè “seguo per farlo mio, intellettualmente”, “divento familiare con [un argomento]”, proprio perché l’ho seguito da capo a fine (con la mente). È un significato che equivale ad “acquisisco”.

ἄνωθεν

da cima (a fondo)

Possiamo intravedere il significato “da cima (a fondo)” in Gv 19,23: ἦν δὲ ὁ χιτὼν ἄραφος, ἐκ τῶν ἄνωθεν ὑφαντὸς δι’ ὅλου· “Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima (a fondo)”.

πᾶσιν

ogni cosa

Dobbiamo intendere così: tutti a Gerusalemme avevano visto i fatti che si erano conclusi pubblicamente con la crocifissione (Lc 24,8); almeno due te­stimoni avevano steso “il resoconto” “dall’inizio”; Maria e i conoscenti di Giovanni Battista “conservavano nel cuore tutte le parole” che servivano a raccontare l’inizio degli avvenimenti (Lc 1,66; 2,19.51); Luca stesso, come abbiamo detto sopre, ha seguito Gesù in alcuni momenti e ha stenografato alcuni suoi discorsi in tutta la loro ampiezza: non  avrebbe potuto annotare per esteso ogni parola. Dunque ha acquisito tutto il possibile, dall’inizio alla fine dei fatti.

ἀκριβῶς

con esattezza

 

καθεξῆς

ordinatamente

L’accostamento ἀκριβῶς - καθεξῆς indica la rigorosa continuità tra l’acquisizione esatta delle testimonianze e il resoconto scritto e ordinato.

Luca doveva riportare fedelmente e in ordine cronologico il “λόγος” ebraico di Matteo. Ciò non gli impediva di aggiungere altre testimonianze: in parte aveva visto con i propri occhi, ma poteva ascoltare gli altri testimoni e aveva a disposizione anche il resoconto di Giovanni.

Così sapeva bene dove e come interrompere il racconto di Matteo per inserirvi, nel giusto ordine di tempo, le testimonianze che aveva acquisito personalmente (vedere At 11,4; 18,23).

σοι

a te

Il “resoconto” di Matteo era già stato pubblicato, in “ebraico”, e Teofilo lo conosceva; non lo conosceva invece Tiberio che cercava una prova da presentare al Senato. Ma il nome e la cultura greca del sacerdote Teofilo furono per Luca un buon pretesto per trascrivere tutto in greco, per un uso legale che richiedeva la lingua ufficiale dell’impero romano.

γράψαι,

scrivere,

“… come ha richiesto Tiberio”. Però Luca non ha autorità per dirlo apertamente e nemmeno può dire “come mi hai richiesto tu”, perché la richiesta non proviene realmente da Teofilo. È anche assai probabile che Luca abbia scritto la prefazione del Vangelo dopo aver concluso la sua opera e dopo la morte di Tiberio e, quindi, l’abbia indirizzata a Teofilo che era già sommo sacerdote.

κράτιστε Θεόφιλε,

eccellentissimo Teofilo,

Luca usa qui il titolo κράτιστε, “eccellentissimo”, che è attribuito negli Atti degli Apostoli ad autorità romane (At 23,26; 24,3; At 26,25). Teofilo, quasi certamente, era già stato nominato sommo sacerdote dal governatore romano Vitellio.

ἳνα ἐπιγνῷς

perché (tu) veda

“Conosca mettendovi sopra gli occhi”: “veda”, in contrapposizione a κατηχήθης.

Confrontiamo il greco e il latino.

Greco: ἳνα ἐπιγνῷς περὶ ὧν (= ἐκεῖνων οὓς) κατηχήθης λόγων τὴν ἀσφάλειαν.

Latino: “ut cognoscas eorum (ἐκεῖνων in greco) verborum, de quibus eruditus es, veritatem”.

Coloro che hanno tradotto in latino hanno ricavato l’aggettivo dimostrativo “eorum” dal greco ὧν e ciò rivela che avevano notato l’attrazione del relativo: «Si ha attrazione quando il pronome relativo, che dovrebbe essere espresso in caso accusativo, sente l’influsso di un nome o di un pronome (nel nostro caso l’aggettivo ἐκεῖνων) che lo precede in caso obliquo, per cui avviene una attrazione del relativo in quel determinato caso. Generalmente il pronome dimostrativo resta sottinteso». (Grammatica Greca, Sivieri-Vivian, G. D’Anna, Messina- Firenze, 1962, p.226).

Però, senza le informazioni di Tertulliano e di Giuseppe Flavio, si trovavano davanti a un testo difficile anzi impossibile da capire e lo tradussero come se l’attrazione non ci fosse, contorcendo e mescolando le frasi.

περὶ ὧν (ἐκεῖνων…)

riguardo a (di) quei

(…οὓς) κατηχήθης

che hai udito

Pare chiaro che l’interpretazione di κατηχήθης sia essenziale per effettuare una traduzione sicura di Lc 1,1-4. Perciò procediamo con cura.

Possiamo fare poco affidamento sui vocabolari, che hanno preso per buono un antico errore di traduzione. Però abbiamo alcuni passi degli Atti degli Apostoli, di cui è autore lo stesso Luca, che ci permettono di mettere a punto il significato attribuito dall’evangelista a questo verbo:

Κατηχέω, nella diatesi passiva, rimane transitivo e regge l’accusativo, ma sembrerebbe poter reggere anche περί τινος (Act. Ap. 21.21): κατηχήθησαν δὲ περὶ σοῦ ὅτι ἀποστασίαν διδάσκεις ἀπὸ Μωϋσέως τοὺς κατὰ τὰ ἔθνη πάντας Ἰουδαίους. “Ora hanno sentito dire di te che vai insegnando a tutti i Giudei sparsi tra i pagani che abbandonino Mosè”. In realtà, κατηχήθησαν regge la proposizione esplicita ὅτι ἀποστασίαν διδάσκεις, al posto di un sostantivo all’accusativo; περὶ σοῦ non è retto da κατηχήθησαν.

 

Per interpretare la costruzione del testo greco in questione, confrontiamolo con un passo degli Atti degli Apostoli.

 

At 21,24: καὶ γνώσονται πάντες ὃτι ὧν (= ἐκεῖνων ἃ) κατήχηνται περὶ σοῦ οὐδέν ἐστιν.

 

- καὶ γνώσονται πάντες ὃτι οὐδέν ἐστιν ἐκεῖνων (e tutti sappiano che non c'è nulla di quelle cose…);

- ἃ κατήχηνται (…che hanno sentito dire).

 

Lc 1,4: ἳνα ἐπιγνῷς περὶ ὧν (= ἐκεῖνων οὓς) κατηχήθης λόγων τὴν ἀσφάλειαν.

 

- ἳνα ἐπιγνῷς τὴν ἀσφάλειαν περὶ ἐκεῖνων λόγων (perché tu veda la prova riguardo a quei resoconti…);

- οὓς κατηχήθης (…che hai udito).

λόγων

resoconti

Λόγων dichiaratamente a voce, non sufficienti come prova.

τὴν ἀσφάλειαν.

la prova

Il termine ἀσφάλεια, letteralmente, significa “stabilità”, la qualità di chi non barcolla o cade (σφάλλομαι). Il vocabolario mi dà, tra gli altri, questo significato: “evidenza; sicurezza; certezza”, Tuc 2,11.

Effettuiamo un confronto con At 25,26: περὶ οὗ ἀσφαλές τι γράψαι τῷ κυρίῳ οὐκ ἔχω (Ma sul suo conto non ho nulla di preciso da scrivere al sovrano, cioè all’imperatore). ἀσφαλές τι γράψαι significa “qualcosa da scrivere, che valga come prova legale per l’autorità di Roma, Cesare, (che dovrà giudicarti)”. Ἀσφάλεια ha un significato corrispondente: «il documento scritto valido come prova» per l’autorità giudaica e per il Senato di Roma.

 

 

Traduzione riveduta

 

Poiché molti hanno appunto incominciato a strutturare un racconto [ufficiale] degli avvenimenti che hanno avuto pieno compimento tra noi, come ci hanno richiesto coloro che [ne] sono stati dall'inizio testimoni oculari e incaricati del resoconto, anch'io, dopo aver acquisito ogni cosa da cima [a fondo] con esattezza, ho deciso di scrivere ordinatamente a te, eccellentissimo Teofilo, perché tu veda la prova dei resoconti che hai udito.

 

Facciamo il punto

 

Rileggiamo ora il passo di Tertulliano e rileviamo particolari che possiamo accostare a Lc 1,1-4:

“le cose a lui (a Tiberio) annunciate dalla Siria-Palestina, che avevano rivelato in quei luoghi la verità di questa divinità”.

Luca ha presente che a Tiberio erano stati riferiti dei resoconti a voce sul ministero di Gesù, tramite Teofilo e con il consenso di Pilato.

“Il Senato, non avendone avuto prova esso stesso, le respinse”;

Ora a Tiberio serviva una prova solida di quello che gli era stato riferito.

Cesare rimase fermo nella sua decisione e minacciò la pena di morte agli accusatori dei Cristiani.

Certamente l’imperatore, con altrettanta decisione, aveva cercato la prova dei resoconti che aveva udito da Teofilo e ne aveva incaricato Teofilo stesso, tramite il governatore Vitellio e il procuratore Pilato.

 

Dunque Luca afferma:

 

- esplicitamente, di aver accolto la richiesta dei “testimoni e incaricati del resoconto”.

 

Luca dice che “molti” stanno strutturando un racconto (ufficiale) destinato principalmente agli ebrei dell’impero romano, che come tale era compito di scribi ebrei circoncisi, anche ellenisti perché la lingua ufficiale dell'impero era il greco. È stato loro richiesto di estrarre dal tesoro cose nuove e cose antiche.

Luca ne era escluso, come neofito. Ma la richiesta era stata rivolta innanzitutto a lui. Quale? La richiesta di tradurre dall’aramaico in greco il primo Vangelo di Matteo. Egli era l'unico in grado di svolgere un buon lavoro.

 

- implicitamente, di essersi preso in carico la richiesta, di carattere storico-legale, fatta a lui da Tiberio tramite Teofilo e Pilato.

 

Per far questo, anch’egli utilizzava la propria traduzione del resoconto di Matteo, molto appropriata, insieme ad altre testimonianze.

Ma nel 40 (37) d. C. Tiberio era morto.

Luca aveva tradotto il primo Matteo e iniziato il proprio Vangelo poco dopo il senatoconsulto, prima della morte dell’imperatore.

Dunque Luca non aveva scritto per informare Teofilo, che conosceva già i fatti, avvenuti a Gerusalemme dove risiedevano ambedue. Semplicemente nella prefazione non poteva più rivolgersi direttamente a Tiberio: si rivolse a Teofilo, che nel frattempo era divenuto sommo sacerdote per opera di Vitellio. In tal modo Teofilo diviene il secondo testimone autorevole, necessario a costituire la prova.

E ciò in vista di un nuovo tentativo presso il Senato.

I “molti” e Luca hanno iniziato a scrivere a poca distanza di tempo gli uni dall’altro, ma i loro racconti sarebbero stati diversi e indipendenti tra loro. Quello dei “molti” era "strutturato" secondo le esigenze dell'insegnamento e della predicazione. Quello di Luca, invece, era eseguito con esattezza e in ordine cronologico, secondo le esigenze di una prova legale.

 

Traduzione determinante

 

Perché curare l’esattezza di questa traduzione?

La traduzione corrente, approssimativa e illogica, che si trascina forse dalla fine del primo secolo, non rispecchia affatto il contenuto del Vangelo di Luca, e ha fatto sembrare poco valida e poco interessante la testimonianza di questo evangelista.

Ora possiamo affermare che è possibile ritrovare il senso logico di Lc 1,1-4 e che in esso riscontriamo il procedimento reale seguito da Luca nel suo Vangelo.

Di conseguenza riappare il significato logico di molti altri passi dei quattro Vangeli canonici, fino a scoprire che la logica si ri­trova soltanto nei testi scritti in greco, pertanto originali.

La prefazione di Luca colma un grande vuoto: rende giustizia agli evangelisti che si sono dedicati a rendere testimonianza storica alla Persona di Gesù Cristo ed è la base per documentare l’origine di tutti e quattro i Vangeli.

Nello stesso tempo Luca fa una carrellata su tutto il processo seguito dai Vangeli fino a quel momento. È escluso il Vangelo di Marco, che ancora non era in programma.

Nulla è andato perso degli scritti evangelici. Sarebbe stata un’imperdonabile negligenza!

Inoltre dobbiamo notare che Luca sottintende vari collegamenti storici, ben comprensibili a quel tempo ma da ricuperare faticosamente oggi, se vogliamo restituire al testo il vero significato.

Nella ricerca necessaria per tradurre adeguatamente questo passo, abbiamo scoperto altre notizie storiche che riguardano i Vangeli e la traduzione dignitosa permette di risolvere enormi problemi.

L’introduzione del Vangelo di Luca (Lc 1,1-4), nel testo greco originale, ha una forma solenne e concisa. Sorprende che sia stata tradotta con leggerezza fin dall’inizio.

Merita, almeno oggi, un’analisi approfondita, superando il luogo comune che si tratti di una semplice esortazione per confermare nella fede un credente qualsiasi, uno sconosciuto “teofilo”.

Tanta solennità quale motivazione può avere se non quella desunta dalle informazioni di Tertulliano e Giuseppe Flavio?

La prova che Luca ha prodotto voleva inserire con piena dignità il cristianesimo nella vita pubblica dell’Impero Romano. Pertanto l’evangelista si rivolgeva all’autorità di Teofilo, conferita direttamente da Roma. Tuttavia, in quel momento, un disegno provvidenziale fece sì che prevalesse l’indipendenza del Regno di Gesù Cristo dal mondo.

Della legge in favore dei cristiani non si fece più nulla, però l’iniziativa di Tiberio era stata eccezionale e doveva avere conseguenze assai rilevanti. In effetti, anche se l’autorità di Tiberio non è bastata, è rimasto il documento ufficiale, come Vangelo secondo Luca.

La prefazione di Luca lega strettamente i fatti della vita di Gesù ai fatti storici in cui si è svolta l’opera degli evangelisti. Oggi, se tradotta con maggior cura, fa risplendere l’opera di Gesù Cristo nella realtà grezza del mondo.

 

Tempo dei Vangeli e tempo delle traduzioni

 

L’intenzione degli evangelisti era di fornire, in modi diversi, testimonianze sicure su Gesù Cristo.

Giovanni «ha testimoniato la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, quanto grandi cose ha visto» (Ap 1,2) e Luca ha certificato con l’introduzione del suo Vangelo. Gli autori non immaginavano nemmeno quali sconvolgimenti ci sarebbero stati di lì a pochi anni. La Rivolta Giudaica provocò la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Tempio nell’anno 73 (70), eliminando una situazione e una cultura che i Vangeli danno invece per scontata. In seguito i Padri della Chiesa, riprendendo in mano i Vangeli, faticarono molto a trovare qualche notizia storica che indicasse come erano stati scritti.

Non avevano nemmeno più l’interesse di Luca a mantenere l’amicizia con gli Ebrei e con Roma. Infatti, nel 67 (64), erano iniziate le persecuzioni di Roma contro i Cristiani e, nel frattempo, erano cresciuti sempre più i contrasti tra questi e gli Ebrei.

Pertanto nacque la convinzione che tutto il Nuovo Testamento fosse stato scritto in ambiente greco-ellenistico. Tanto più che era diffuso soltanto il Vangelo secondo Matteo e questo si prestava a un tale preconcetto.

Se, come abbiamo visto, Lc 1,1-4 non fu più compreso, nemmeno tutto il resto dei Vangeli fu storicamente comprensibile. A tal punto che non era più facile sapere in quale lingua fossero veramente gli originali.

Così molti aspetti dei Vangeli sono rimasti oscuri e sono divenuti più difficili di quanto lo siano in realtà.

Soltanto Luca, Flavio Giuseppe e Tertulliano ci permettono di ricostruire la verità storica: nessuno dei quattro Vangeli era stato scritto in ambiente ellenistico. Il riferimento temporale preciso, nella persona di Teofilo che fu sommo sacerdote a Gerusalemme dal 40 (37) al 44 (41), ci permette di ambientarli tutti e quattro nel periodo antecedente quest’ultimo anno e nell’ambiente favorevole di Gerusalemme.

Per ricostruire l’origine dei quattro Vangeli conviene seguire l’ordine in cui li abbiamo ricevuti, che è ragionevolmente l’ordine di pubblicazione.

Non dimentichiamo che un accurato lavoro critico ha permesso agli studiosi di risalire, con pochissime incertezze, ai testi originali, cosicché siamo in contatto diretto con gli evangelisti e addirittura, soprattutto nel Vangelo di Giovanni, con Gesù Cristo che conosceva il greco e lo parlava con i suoi discepoli di Galilea.

D’altronde, alla luce della nostra traduzione, acquista rilevanza concreta quello che ha scritto Eusebio di Cesarea riguardo alla formazione dei Vangeli.

 

Il Vangelo secondo Matteo

 

Eusebio, Storia Ecclesiastica, 3,24,5: “Tuttavia, di tutti i discepoli del Signore, solo Matteo e Giovanni ci hanno lasciato memorie Scritte”.

Ma erano state scritte durante i fatti. Per Matteo c’è la testimonianza del suo primo Vangelo, pubblicato prima di quello di Luca. Origene ha scritto: “Per primo fu scritto quello Secondo Matteo” e perciò fu pubblicato solo qualche anno dopo i fatti. Per Giovanni, come vedremo in seguito, c’è la testimonianza insita nel Vangelo stesso.

Eusebio, S. E. 3,39,16b: “Ma riguardo a Matteo egli (Papia, come già riportato sopra) scrive come segue: Così dunque Matteo scrisse gli oracoli in lingua Ebraica (ma si riferisce al primo Vangelo di Matteo.), e ognuno li interpretò come poteva (è facile immaginare che si riferisca ai tre Vangeli sinottici che sembrano scritti con una buona confusione in testa)”.

Luca ci spiega, invece, che il Vangelo greco secondo Matteo, quello che è arrivato a noi, nasce «strutturando» il racconto della vita di Gesù.

Sappiamo dai Vangeli stessi che Matteo era esattore delle tasse a Cafarnao, dove Gesù andò ad abitare “all’inizio” della predicazione. Luca ci permette di scoprire che Matteo incominciò subito ad annotare quello che Gesù diceva e faceva, momento per momento. E lo fece, presumibilmente, su “quaterni” di papiro, di cui disponeva per il suo impiego, “in lingua ebraica”. Alla fine riunì i quaterni in un “codex” e lo fece copiare e pubblicare.

Il codex, raccolto durante i fatti, non era adatto alle sinagoghe e a diffondere l’insegnamento di Gesù. Tuttavia questa pubblicazione, nonostante avesse un aspetto poco letterario, era una narrazione fedele dei fatti.

Ora “molti” scribi Ebrei stavano preparando un volume più adatto alle esigenze della Chiesa nascente.

Si spiega anche come sia stato il passaggio dall’aramaico al greco, se a tradurre è stato proprio Luca, molto istruito, che viveva nell’ambiente del Tempio di Gerusalemme. Matteo non era in grado di farlo adeguatamente.

Per i “molti” che l’hanno “strutturato” valeva il λόγος da proclamare a voce, ma anche creativo: “estraendo dal loro tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,51-52).

Inoltre, spesso, nel Vangelo secondo Matteo vengono attribuite all’autorità di Gesù, in prima persona, riflessioni e interpretazioni degli scribi. Nell’antichità, in particolare in ambiente ellenistico, in un racconto storico erano consentite queste digressioni.

Il Vangelo secondo Matteo comprende tutto l’insegnamento e tutta l’opera di Gesù. Si presenta come la Nuova Legge del nostro Signore Gesù Cristo, Legge del Cristo Re, compimento alla Legge di Mosè.

Qui dobbiamo aggiungere un’osservazione che non è per nulla superflua: gli scribi, per quanto fedeli al Maestro e Signore, erano vincolati dalla Legge, che li distingueva nettamente dagli altri popoli e non permetteva loro di avere l’apertura universale di Gesù.

 

Con l’ipotesi che il Vangelo greco di Matteo sia il rifacimento di un racconto precedente, già pubblicato, si spiegano le incongruenze tra gli scritti di Matteo, Marco e Luca.  Sono state introdotte di proposito nel Vangelo secondo Matteo, per renderlo il più possibile diverso dal primo Vangelo pubblicato dall’apostolo e poterlo pubblicare di nuovo. Le hanno lasciate ben evidenti perché potessimo riconoscerle, ma si sono rivelate soltanto alla pubblicazione del Vangelo secondo Luca.

Tuttavia, se Matteo e i “molti” hanno usato alcuni ingegnosi espedienti per cambiare il più possibile il racconto originale, dovremmo poter ritrovare anche in questo Vangelo la pura verità storica, attraverso il raffronto con gli altri tre. Effettivamente è così.

Il Vangelo secondo Matteo fu prontamente tradotto in latino e in effetti si diffuse rapidamente nell’impero romano e anche oltre.

In questo modo si spiega adeguatamente la presenza a Pompei, prima del’82 (79) d. C., di due “quadrati magici”.

 

Il più famoso, quasi integro, inciso su una colonna della Palestra Grande, vicino all'Anfiteatro, scoperto nel 1936. Questo crittogramma trova un’interpretazione molto convincente se racchiude le parole “Pater Noster (Alfa e Omega)”, presenti soltanto in Matteo tradotto in latino. Già c’era stato il tempo per diffondere e tradurre in latino il Vangelo e per ideare il crittogramma.

 Perciò “molti” scribi avevano “incominciato a strutturare” il Vangelo secondo Matteo intorno all’anno 40 d.C., all’inizio del sommo pontificato di Teofilo.

Detto questo, ci rendiamo conto che il Vangelo secondo Matteo è stato scritto da ebrei, per “ammaestrare tutte le Genti” e non solo per gli Ebrei, che comunque erano sparsi in tutto l’impero romano:

Mt 4,15-16: “Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata”.

Mt 28,19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto vi ho comandato”.

 

Il Vangelo secondo Marco

 

Possiamo notare che il nome dell’evangelista Marco era romano, ma un altro suo nome era Giovanni, nome ebreo. Giovanni Marco viveva a Gerusalemme.

Eusebio, S. E. 2,15,1: “E lo splendore della pietà illuminò così tanto le menti degli uditori di Pietro che essi non si accontentarono di ascoltare una sola volta e non si accontentarono dell'insegnamento non scritto del divino Vangelo, ma con ogni sorta di suppliche chiesero a Marco, un seguace di Pietro e colui il cui Vangelo è rimasto, di lasciare loro un monumento scritto della dottrina che era stata loro comunicata oralmente”.

Papia di Ierapoli ricorda gli insegnamenti di un tale "presbitero" di nome Giovanni: “Marco, divenuto interprete di Pietro, mise per iscritto tutto ciò che si ricordava, senz'ordine però, sia le parole, sia le opere del Signore”. “Senz’ordine” può voler dire che aveva un ordine diverso da quello di Luca e di Matteo.

Il Vangelo di Marco contiene nel testo greco molte frasi identiche a quelle di Luca e di Matteo, con poche variazioni, perché tutti e tre si sono serviti della traduzione in greco del primo Vangelo di Matteo.

Molti particolari letterari inducono a pensare che Marco abbia scritto il suo Vangelo dopo gli altri e ne abbia fatto una sintesi.

Notiamo che segue l’ordine del Vangelo secondo Matteo e quindi i due Vangeli si possono affiancare senza portare confusione. Ciò ha permesso a Marco di pubblicare presto anche il suo.

Però, nei particolari, il Vangelo secondo Marco è più fedele a Luca e Giovanni; esempi:

— nel Vangelo di Luca e di Marco, a Gerico Gesù guarisce un cieco, invece nel Vangelo di Matteo i ciechi sono due;

—    Luca, Marco e Giovanni al sepolcro di Gesù ricordano due angeli, Matteo solo uno;

— quando Gesù attraversa il mare di Galilea, Luca e Marco dicono che va nella regione dei Geraseni, Matteo dice che va nella regione dei Gadarèni.

Di più, Marco presenta alcuni particolari che ci sono soltanto in Giovanni:

— Gv 6,7 “duecento denari di pane”; Mc 6,37: “duecento denari di pane”;

— Gv 12,5 – “trecento denari per darli ai poveri”; Mc 14,5 – “trecento denari e darli ai poveri”.

Il Vangelo di Marco è il più corto e riassuntivo e inizia con queste parole: Ἀρχὴ τοῦ εὐαγγελίου Ἰησοῦ χριστοῦ υἱοῦ θεοῦ. È ben difficile che Marco intendesse “Inizio del Vangelo…”, come se chi legge non sapesse che la prima parola è l’inizio del libro. Invece ἀρχὴ si può intendere, con i Settanta: “ricapitolazione”/“sintesi”/”tratti basilari”. Pertanto può essere una sorta di “scaletta” o “compendio” legato alla predicazione di Pietro: “Tratti basilari del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.

 

Il Vangelo secondo Luca

 

Quando i «molti» si accinsero «a strutturare un racconto ufficiale», utilizzando il primo Vangelo di Matteo tradotto in greco da Luca, questi s’incaricò di trascrivere il libro, nell’ordine esatto che aveva, e vi inserì in ordine di tempo tutte le testimonianze acquisite, anche seguendo personalmente Gesù.

Specialmente Maria, madre di Gesù, gli diede la sua testimonianza diretta: πάντα συνετήρει τὰ ῥήματα ταῦτα συμβάλλουσα ἐν τῇ καρδίᾳ αὐτῆς (Lc 2,19), “custodiva tutte queste parole, che raccoglieva nel suo cuore (a memoria)”; sottinteso: “parole che io, Luca, trascrivo”.

Eusebio, S. E. 3,4,6: Λουκᾶς δὲ τὸ μὲν γένος ὢν τῶν ἀπ’Ἀντιοχείας, τὴν δὲ ἐπιστήμην δὲ ἰατρός, τὰ πλεῖστα συγγεγονὼς τῷ Παύλῳ, καὶ τοῖς λοιποῖς δὲ οὐ παρέργως τῶν ἀποστόλων ὡμιληκώς, ἧς ἀπὸ τούτων προσεκτήσατο ψυχῶν θεραπευτικῆς, ἐν δυσὶν ἡμῖν ὑποδείγματα θεοπνεύστοις καταλέλοιπε βιβλίοις· τῷ τε Εὐαγγελίῳ, ὃ καὶ χαράξαι μαρτύρεται, καθὰ παρέδοντο αὐτῷ οἱ ἀπαρχῆς αὐτόπται καὶ ὑπηρέται γενόμενοι τοῦ λόγου, οἷς καί φησιν ἐπάνωθεν ἅπασιπαρηκολουθηκέναι. “Ma Luca, che era di origine antiochena e medico di professione, e che era particolarmente intimo di Paolo e ben conosciuto dal resto degli apostoli, ci ha lasciato, in due libri ispirati, le prove di quell'arte spirituale di guarigione che ha imparato da loro. Uno di questi libri è il Vangelo, che egli testimonia di aver scritto come coloro che furono fin dall'inizio testimoni oculari e ministri della parola a lui consegnata, i quali tutti, come egli dice, seguì accuratamente fin dal primo.

Queste parole confermano la difficoltà enorme incontrata nel comprendere, ancor prima che nel tradurre, Lc 1,1-4, fin dalla sua pubblicazione.

D’altra parte, è verosimile che Luca non abbia pubblicato il suo Vangelo per parecchi anni dato che, secondo la nostra ricostruzione, aveva lo scopo di ottenere dal Senato di Roma il riconoscimento della divinità di Gesù Cristo.

Ne possedeva una copia Teofilo, studiando il momento di presentarlo al Senato.

Ne aveva una copia l’evangelista e la portava con sé mentre seguiva Paolo. L’Apostolo delle genti, secondo l’informazione di Eusebio, lo considerava «il mio Vangelo».

Dopo il lavoro di traduzione possiamo affermare che è stato Luca a mettere a disposizione di Paolo e degli altri apostoli il suo Vangelo.

Quando iniziarono le persecuzioni e non era più utile conservarlo per il Senato, Luca fu convinto a pubblicarlo.

 

Il Vangelo secondo Giovanni

 

Dopo che Luca ebbe pubblicato il suo Vangelo come testimonianza storica, anche Giovanni sentì la necessità di completare la testimonianza.

Eusebio, S. E. 3, 24,5.7: “Tuttavia, di tutti i discepoli del Signore, solo Matteo e Giovanni ci hanno lasciato memorie scritte, ed essi, dice la tradizione, furono indotti a scrivere solo sotto la pressione della necessità.

E quando Marco e Luca avevano già pubblicato i loro Vangeli, si dice che Giovanni, che aveva impiegato tutto il suo tempo a proclamare il Vangelo oralmente, finalmente procedette a scrivere (in realtà dobbiamo dire: “a pubblicare”) per la seguente ragione. Essendo i tre Vangeli già menzionati giunti nelle mani di tutti e anche nelle sue, dicono che egli li accettò e rese testimonianza della loro veridicità; ma che in essi mancava un resoconto delle azioni compiute da Cristo all'inizio del suo ministero. Però Giovanni dà il resoconto di molti altri momenti. Sembrava che scrivesse per completare quello che i sinottici avevano passato sotto silenzio ma, in verità, aveva già scritto fin dall'inizio degli avvenimenti e, poi, accanto a Matteo ma in modo da non ripeterlo.

Davvero Giovanni ha pubblicato per ultimo, sotto pressione della necessità. Il suo Vangelo era stato scritto per una comunità di persone che risiedevano in un luogo da ubicare a nord est del Lago di Galilea. Erano un gruppo di Ebrei, non di Gerusalemme ma strettamente legati al Tempio, e in comunicazione con le sette chiese dell’Asia minore nominate nell’Apocalisse. Era riservato a loro.

Lo si capisce partendo da questo riferimento, che è la prima conclusione del Vangelo: ταῦτα δὲ γέγραπται ἵνα πιστεύσητε (Treg, NIV, RP) ὅτι Ἰησοῦς ἐστιν ὁ χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ, καὶ ἵνα πιστεύοντες ζωὴν ἔχητε ἐν τῷ ὀνόματι αὐτοῦ. “Questi sono stati scritti perché credeste che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, ora che credete, perché abbiate vita nel suo nome”.

Queste persone non credevano fino alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma quella sera: “Allora gli uomini, considerando il segno che egli aveva compiuto, dicevano: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, avendo saputo che stavano per venire a rapirlo per farlo re», si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (Gv 6,14-15).

Attribuendo credito a ciò che è scritto, comprendiamo che il Vangelo era già stato redatto fino a quel punto una decina di giorni dopo la risurrezione di Gesù. Infatti nei giorni successivi avviene un altro fatto importante e questo viene aggiunto con una nuova e definitiva conclusione.

L’idea che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto più tardi degli altri ha confuso coloro che l’hanno tradotto, al punto di non riconoscerne la valenza di testimonianza storica. Così non hanno osato, o non hanno potuto, rilevare il significato preciso di alcuni punti critici e qualificanti, punti che hanno condizionato la vita cristiana in tutti questi secoli.

Per esempio, ci chiediamo che rilevanza hanno queste parole di San Paolo: «Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto, perché impariate dalle nostre persone a stare a ciò che è scritto, e non vi gonfiate d'orgoglio favorendo uno a scapito di un altro» (1 Cor 4,6). Viene da pensare che Paolo avesse ben presente anche il Vangelo di Giovanni. Allora il suo insegnamento riguardo alla Trinità e, in particolare, allo Spirito Santo si può comprendere meglio alla luce delle parole di Gesù stesso, testimoniate da questo Vangelo nei capitoli 14-17.

 

Luca e Giovanni

 

C’è un rapporto stretto tra il Vangelo di Luca e quello di Giovanni.

Il Prologo di Luca parla al plurale di “testimoni oculari e incaricati del resoconto”. Non si deve pensare che siano stati numerosi ma certamente almeno due: Matteo e Giovanni.

Come per Luca, anche per Giovanni valevano le testimonianze scritte: Οὗτός ἐστιν ὁ μαθητὴς ὁ μαρτυρῶν περὶ τούτων καὶ ὁ γράψας ταῦτα, καὶ οἴδαμεν ὅτι ἀληθὴς αὐτοῦ ἡ μαρτυρία ἐστίν. «Questo  è il discepolo che rende testimonianza su queste cose e che le ha scritte; e sappiamo che la sua testimonianza è vera» (Gv 21,24).

Esaminando meglio, troviamo che il Vangelo di Giovanni riporta effettivamente testimonianze episodiche dell’Apostolo, trascritte entro un racconto molto chiaro, opera di almeno due scribi che riferiscono soltanto fatti testimoniati con precisione da Giovanni.

Ora osserviamo che, se si tenta di combinare i quattro Vangeli senza cercare la logica che li collega, la fiducia nei testi crollerebbe a causa delle loro contraddizioni palesi.

Ma, obiettiamo, non si tratta di combinare i quattro Vangeli, dato che Matteo contiene variazioni introdotte appositamente e che Marco ha dovuto dipendere da Matteo, ma di combinare Luca e Giovanni, che si certificano storicamente, integrandoli anche con informazioni di Matteo e Marco.

Se confrontiamo attentamente il Vangelo di Giovanni con quello di Luca, scopriamo che l’uno completa l’altro e, insieme, offrono un racconto storico molto più ricco della semplice somma di informazioni, in ordine cronologico (vedere www.innomedimaria.it/combin/cristo.docx). Questo suggerisce che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto durante gli avvenimenti, contemporanea­mente al Vangelo ebraico di Matteo, che Luca in seguito ha tradotto e trascritto ordinatamente. I due “incaricati del resoconto” scrivevano l’uno vicino all’altro ed erano attenti a non raccontare gli stessi avvenimenti quando non era necessario. Pure Luca, scrivendo il suo resoconto, è stato attento a non ripetere ciò che è riportato da Giovanni e, quando non può evitarlo perché si tratta di fatti importanti, riferisce particolari diversi.

 

Riconoscere il tesoro dei Vangeli

 

I Vangeli sono Mistero.

Ma non è mistero il racconto dei fatti, come può sembrare confrontando i quattro Vangeli senza impegnarsi a riconoscere la logica che li collega. Secondo la prefazione di Luca, egli racconta i fatti “ordinatamente, dopo aver acquisito ogni cosa con esattezza” e la possibilità di combinare il suo racconto con quello di Giovanni ci dice che anche il “discepolo caro” fa lo stesso.

Però questi due Vangeli sono stati pubblicati dopo quelli di Matteo e Marco, che non raccontano i fatti “con esattezza e ordinatamente”. La Chiesa ha dunque vissuto i primi anni alla sola luce del Vangelo secondo Matteo, cioè dei commenti sapienti degli scribi ebrei cristiani.

Con questo Vangelo si è formata la Tradizione all’inizio, rischiando di “impedire che i bambini e i semplici vadano a Gesù”, come egli stesso aveva avvertito:

«In quello stesso momento esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli scaltri e le hai rivelate ai semplici. Sì, Padre, perché così si è rivelata (la tua) benevolenza al tuo cospetto (regale)» (Lc 10,21);

Allora Gesù li chiamò vicino e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me e non tratteneteli, infatti di quelli come loro è il regno di Dio» (Lc 18,16).

Anzi era divenuto impossibile dare una svolta alla Tradizione allorché furono pubblicati Vangeli di Luca e di Giovanni, che presentano in modo limpido i fatti e le parole storiche di Gesù, rendendo agevole anche ai bambini e ai semplici andare realmente a lui.

Il vero Mistero soprannaturale che pervade i Vangeli è la benevolenza di Dio per noi, che si manifesta nell’opera di Gesù. Di conseguenza, per accogliere la benevolenza del Padre nell'opera del Figlio è indispensabile che ci si accosti con fiducia e attenzione a quei fatti avvenuti in Palestina venti secoli fa.

Ebbene, fino al nostro tempo è stato considerato preminente il di Vangelo secondo Matteo, pubblicato per primo come racconto ufficiale.

Se agli inizi, quando erano vivi i testimoni, la fede cristiana si fondava solidamente sui fatti, in seguito sembrò che questo fondamento concreto non fosse stato conservato nei quattro Vangeli, a causa delle incoerenze tra i racconti. I libri sacri cristiani e la stessa la fede sono stati ritenuti alquanto indipendenti dai fatti materiali della Rivelazione. La Chiesa, in conseguenza di ciò, ha preso viva coscienza dell’altro fondamento della fede: la Tradizione vivente e ininterrotta, che interpreta la Bibbia.

Per un misterioso disegno della Provvidenza, non essendo chiaro il fondamento storico, è prevalsa l’interpretazione un po’ moralistica delle parole di Gesù.

Eppure l’influsso prevalente di Matteo e Marco ha richiesto ai credenti l’impegno morale e ascetico, che nei secoli e stato seme di grande civiltà.

In ogni modo è rimasto sempre forte il bisogno di scoprire con quale fedeltà storica e con quale fedeltà a Gesù stesso i Vangeli raccontino gli avvenimenti.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha incoraggiato i fedeli a leggere la Bibbia in autonomia. Di conseguenza si è immediatamente acuito il bisogno di capire la concretezza storica dei Vangeli. La presente analisi di Lc 1,1-4 è iniziata proprio come grande esigenza suscitata dal Concilio ed è arrivata alla conclusione che il Vangelo secondo Matteo deve essere interpretato alla luce delle testimonianze storiche originarie dei Vangeli di Giovanni e di Luca.

Non ci basta più vivere di rendita sull’interpretazione degli scribi secondo Matteo. Infatti, se si parte dal punto di vista del Vangelo di Matteo, oggi, si ha la chiara percezione che le parole e le opere di Gesù, come sono comunicate da tutti e quattro i Vangeli, non reggano il confronto con la realtà quotidiana che si rinnova incessantemente. Sembra che i credenti debbano rincorrere ansiosamente la vita, anziché viverla serenamente con Gesù Cristo.

Ecco, allora, che l’approfondimento dei due resoconti storici di Luca e Giovanni ci presenta Gesù in modo alquanto differente da quello a cui siamo abituati. Addirittura scopriamo che egli ha dettato al “discepolo caro”, Giovanni, quei discorsi che sono stati considerati opera di un sublime teologo. Ce lo suggerisce un piccolo particolare: perché Giovanni avrebbe conservato, tra due discorsi divini di Gesù, la frase «Alzatevi, usciamo di qui» (Gv 14,31), se non proprio per farci sapere che Gesù gli stava dettando? D’altronde quale teologo può essere più sublime e semplice del Figlio di Dio?

Se tale è la testimonianza di Luca e Giovanni, la dobbiamo interpretare molto concretamente, superando ogni simbolismo.

A partire da questi due Vangeli, ecco che la testimonianza di tutti e quattro ci dà la possibilità di risentire le parole di Gesù e di rivedere le opere vere, storiche. Così il Figlio di Dio, incarnato nella nostra natura, valorizza tutta la creazione, è divinamente misericordioso, è padrone della legge e la supera.

Dunque riscopriamo che la fede si fonda solidamente su fatti e parole divine, poiché questi due Vangeli si impegnano a riferirci le parole più esatte di Gesù e le sue opere storiche, così che le possiamo mettere alla prova dei fatti quotidiani (Lc 6,47-49. Questa, dei semplici fatti e delle semplici parole, è la guida divina, stabile a sicura, che ci offre Gesù tra le instabilità, la confusione e la complessità del mondo, quando non troviamo alcun altro approdo.

Dalla fede in lui deriva un’azione robusta del credente e, per tutti, soltanto un gran bene.

Dalle parole e opere storiche di Gesù Cristo, limpidamente riconosciute nei Vangeli di Luca e di Giovanni, può venire con la massima semplicità il rinnovamento della vita della Chiesa. Tanta testimonianza può rendere insignificanti le divisioni tra cristiani, perché tutti devono perfezionare la loro adesione a Cristo. Da qui può venire il risveglio e il rinnovamento della civiltà.

Se il pagano Tiberio intuì immediatamente che stava nascendo una civiltà per nulla insignificante, tanto più oggi, con venti secoli di pratica e la possibilità di approfondire in modo nuovo le testimonianze storiche di Luca e di Giovanni, siamo sollecitati a risvegliarla e a coltivarla.

 

Gesù Cristo induce a mietere e coltivare civiltà

 

Gesù rivendicò l’indipendenza del suo Regno dal mondo, affermando di fronte a Pilato (Gv 18,36): Ἡ βασιλεία ἡ ἐμὴ οὐκ ἔστιν ἐκ τοῦ κόσμου τούτου· εἰ ἐκ τοῦ κόσμου τούτου ἦν ἡ βασιλεία ἡ ἐμή, οἱ ὑπηρέται οἱ ἐμοὶ ἠγωνίζοντο ἄν, ἵνα μὴ παραδοθῶ τοῖς Ἰουδαίοις· νῦν δὲ ἡ βασιλεία ἡ ἐμὴ οὐκ ἔστιν ἐντεῦθεν (avverbio di moto da luogo). «Il mio regno non “è da” (non dipende da) questo mondo; se il mio regno dipendesse da questo mondo, le mie guardie avrebbero lottato perché non fossi consegnato ai Giudei; dunque, in questo momento il mio regno non dipende da qui (dalla situazione in cui Gesù si trovava, voluta dai sommi sacerdoti)».

Occorre sottolineare che il Regno di Gesù non è condizionato, nemmeno oggi, dalle diverse situazioni quotidiane; non dipende neppure dal potere mondiale che, nascondendosi nell’oscurità, è riuscito a produrre molte rovine.

Gesù ha spiegato le prerogative uniche del suo Regno nel “discorso della montagna”, riportato fedelmente da Luca al capitolo 6 del suo Vangelo.

Lo dobbiamo tradurre con grande cura. Ecco alcuni esempi:

 

— «Invece guai a voi, ricchi, perché tenete lontano il vostro invito (al Regno di Dio)» (Lc 6,24). Questo è il contrario della prima beatitudine: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (6,20).

   

— «Se avete cari quelli che vi hanno cari, quale grazia c’è per voi? Infatti anche i peccatori hanno cari quelli che li hanno cari» (6,32). È come dire: “Quale vantaggio ricevete dall'avere me come Re, se fate quello che sanno fare tutti, anche i peccatori?”. Non diversamente leggiamo in Matteo: ἐὰν γὰρ ἀγαπήσητε τοὺς ἀγαπῶντας ὑμᾶς, τίνα μισθὸν ἔχετε; (Mt 5,46). Il termine μισθὸς si può tradurre con “guadagno”, che è il “vantaggio” di seguire questo Re: «Se avete cari quelli che vi hanno cari, che vantaggio avete?».

 

— «A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non trattenere la tunica» (Lc 6,29). “Porgi l’altra guancia” vuol dire all'incirca: “usa l’intelligenza e l’umorismo per smontare immediatamente, sul posto, la violenza e la malizia”, allora ha senso anche “non resistere al malvagio” (Mt 5,38-42), perché opporsi a lui con la forza peggiora immediatamente le cose.

 

D’altra parte, nel Vangelo di Giovanni troviamo il percorso educativo completo lungo il quale Gesù ha accompagnato i suoi giovani discepoli. Agli inizi del suo ministero si rivolge sorprendentemente con queste parole ai primi cinque discepoli, che avevano un’età compresa tra i 13 e i 25 anni:

«Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per una vita eterna (in questo tempo), perché ne goda insieme chi semina e chi miete.

In questo è vero il detto “Uno è chi semina e un altro chi miete”: io vi ho mandato a mietere ciò per cui voi non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica»” (Gv 4,31-38).

Il Maestro e Signore, in realtà, esprime, con il verbo in tempo aoristo (ἀπέστειλα), un comando che vale in ogni momento. “Manda” costantemente i suoi discepoli a mietere.

Ai giovani fa venire voglia di realizzare cose che durano nel tempo, cioè di intraprendere una vita eterna. Più che raccomandare di cercare il silenzio, di dedicarsi alla meditazione o a cercare Dio nel cuore, insegna a mettere alla prova dei fatti e alla luce del giorno le sue parole. Ne possiamo contemplare il risultato, che è la nostra “casa costruita sulla roccia”, di fronte a ideologie e sapienze che spesso ci aggrediscono.

Se facciamo bene attenzione, scopriamo che non chiede impegno moralistico, anzi promette grazia “naturale” che sopravanza infinitamente il nostro impegno: essendo lui il modello della creazione (Gv 1,3), è creativo e non moralistico. Nella parabola del “buon Samaritano” (Lc 10,25-37) le due persone che sono al servizio del Tempio di Dio si rivelano in realtà serve della legge, che impedisce loro di essere attente al prossimo. Invece un uomo lontano dalla legge del Tempio compie con naturalezza quanto è bene per il malcapitato e non trascura minimamente i propri affari.

Notiamo, dunque, che Gesù non dava consigli, non esprimeva pareri, impartiva comandamenti da Re, puntuali e mirati. E lo faceva per tutti gli esseri umani, visto che i cristiani ancora non c’erano.

Noi, pur impegnandoci a seguire lui, non sapremmo essere altrettanto autorevoli e sicuri, ma possiamo mantenere costantemente, ogni momento, il nostro riferimento alle sue parole e opere e possiamo ricordarcele a vicenda fraternamente.

Gesù Cristo valorizza le sentenze dei sapienti di tutto il mondo e di ogni tempo e le rende concrete come grano da mietere. Offre il suo fondamento divino che le supera e le ha anticipate nella storia.

La letteratura e le altre arti, la scienza, il lavoro e lo svago, le relazioni e le conversazioni: tutto dà tono alla nostra vita. Ci sono momenti, nella riflessione o nelle prove o nei fallimenti, in cui tutto appare vanità e non vediamo il fondamento della nostra esistenza. Ma se lo “mietiamo” con Gesù Cristo, nostro Re, e lo elaboriamo con la sua verità, la sua grazia e la sua carità, riceviamo pure salario, realmente, e raccogliamo frutto di vita eterna. Niente è vuoto e insignificante.

Se poi Gesù ci rende coscienti di questo già da giovani, quale “torre” (Lc 14,28) possiamo costruire!

Così il Cristianesimo, nei secoli, ha portato nel mondo civiltà, “mietendo” quello che le altre civiltà hanno faticato a produrre nei tempi precedenti, e lo ha trasformato in frutto per una vita eterna delle persone e del mondo stesso.

Sorprendono queste parole del Maestro, che sono state conservate soltanto nel Vangelo di Luca: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11,13). Il Padre non è obbligato a intervenire sulla realtà e sulle persone, assecondando le nostre richieste, ma dona lo Spirito Santo che risolve le situazioni attraverso l'azione libera e creativa delle persone, in ogni situazione.

La civiltà, che l’imperatore Tiberio aveva intravisto, si è sviluppata in venti secoli e noi ne usufruiamo spesso inconsciamente.

Ma anche oggi la grazia e la verità del Cristo Re permettono a tutti i suoi discepoli di coltivare, in ogni situazione, civiltà veramente umana e solida.

Sembra tuttavia chiaro che, senza le parole e le opere storiche di Gesù Cristo che aveva presente ogni persona e ogni situazione, senza la traduzione attenta di quello che Gesù dice riguardo al suo Regno, la Chiesa rimane “non di questo mondo” (traduzione da correggere di Gv 18,36), timida. E il mondo rimane una messe dove scarseggiano i mietitori.

 

Volendo concludere in concretezza, come ignorare l’immagine impressa sulla Sindone, da cui possiamo ricavare una vera fotografia tridimensionale di Gesù? Che sia il “segno di Giona” da lui promesso «a questa generazione»?

«Questa generazione è una generazione malvagia; cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno se non il segno di Giona. Come infatti Giona fu segno per quelli di Nìnive, così sarà anche il Figlio dell’uomo per questa generazione (Lc 11,29-30).

E il Vangelo secondo Matteo spiega: «Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,40).

 

Giovanni Conforti