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Le certificazioni di Giovanni

 

Benché l'inizio del Vangelo di Giovanni abbia una connotazione filosofica e teologica, il contenuto è immediato e vivace. Quindi, a parte l'introduzione, è molto più agevole considerarlo come cronaca di alcuni importanti momenti della vita di Gesù.

Come conciliare con questo i sublimi discorsi del Maestro? Semplicemente considerandoli come parole del Figlio di Dio.

È necessario riscoprire le testimonianze certificate di Giovanni, ricostruendone l'esatto significato come è stato affidato alla lingua greca dagli autori del Vangelo.

Ad avvalorare l'idea che si tratti di un racconto storico, troviamo nel Vangelo cinque certificazioni evidenti (Gv 3,11; 3,33; 19,35; 20,5-7 e 21,24), confermate da almeno due persone a cui si aggiungere, a volte, un personaggio autorevole.

 

La prima conclusione, alla fine del capitolo 20

 

La prima conclusione divide in due parti il Vangelo di Giovanni, in corrispondenza della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

In realtà Gesù ha compiuto di fronte ai suoi discepoli molti altri segni, che non sono stati scritti in questo rotolo. Questi sono stati scritti perché credeste che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, ora che credete, perché abbiate vita nel suo nome (Gv 20,30-31).

Nel testo greco ci sono due tempi diversi del verbo "credere", uno al passato e l'altro al presente. Prima di quel miracolo Giovanni è stato incaricato di scrivere «perché credeste», «adesso che credete» è stato incaricato di scrivere «perché abbiate vita».

Chi ha redatto il Vangelo, integrando testimonianze e scritti di Giovanni, pensava di aver concluso la sua opera. Ciò significa che tutta la parte precedente del Vangelo era già scritta appena una settimana dopo la risurrezione di Gesù.

 

Certificazione finale, alla conclusione del capitolo 21:

 

Avvenne un altro fatto importante, alcuni giorni dopo, e lo scrittore lo annotò nel capitolo 21, aggiungendo la conclusione effettiva:

«Questo è il discepolo che rende testimonianza su queste cose e che le ha scritte; e sappiamo che la sua testimonianza è vera» (Gv 21,24).

Il testo ci informa che almeno due persone adulte hanno collaborato a trascrivere su un rotolo, o volume, ciò che Giovanni ha prima scritto. Nello stesso tempo, queste persone hanno potuto certificare validamente.

Ormai, in quei giorni, il Vangelo di Giovanni era completo, eccetto brevi annotazioni che furono aggiunte quando venne fatta una copia del rotolo per l'apostolo Giovanni (Ap 10,8-11).

 

La prima e la seconda certificazione, per un gruppo di persone che non credono

 

Le due certificazioni segnano la parte del Vangelo antecedente la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
La prima certificazione risale all’incontro di Gesù e dei suoi primi cinque discepoli con Nicodemo:

«In verità, in verità ti dico che noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza» (Gv 3,11).

Qui Gesù stesso certifica, con i suoi discepoli e con Nicodemo. Gesù parla di ciò che conosce e i discepoli testimoniano le cose straordinarie che hanno già visto, in particolare il miracolo alle nozze di Cana. Si comprende che la testimonianza è rivolta ad alcuni amici dell’evangelista Giovanni, che non gli vogliono credere.

 

La seconda certificazione è di Giovanni Battista:

«Colui che viene dal cielo è al di sopra di tutti: ciò che ha visto e udito, questo testimonia, e nessuno accoglie la sua testimonianza. Colui che ha accolto la sua testimonianza, certifica con sigillo che (egli) è il vero Dio. Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio, poiché, indubbiamente, lo Spirito (gliele) dà non contate» (Gv 3,31-34).

Nessuno degli amici di Giovanni evangelista crede ancora alla sua testimonianza.

Qui abbiamo corretto in modo consistente la traduzione, che altrimenti risultava totalmente illogica.

Tutto è ancora intatto oggi.

 

Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci la situazione cambia

 

Allora gli uomini, considerando il segno che egli aveva compiuto, dicevano: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, avendo saputo che «stanno per venire a rapirlo per farlo re», si è ritirato di nuovo sulla montagna, tutto solo (Gv 6,14-15).

Qui entra in scena un gruppo di "uomini", che prima non credevano e adesso credono. Sono sempre gli amici di Giovanni evangelista.

Hanno visto il movimento della folla dalla loro città sul monte, Gamla, e vorrebbero intervenire al servizio del Cristo Re, ma Gesù si nasconde. Da quel momento di cambiamento, qualcuno incomincia a trascrivere su rotolo le testimonianze che il discepolo Giovanni aveva già scritto, aggiungendo il Prologo. Infatti Gv 1,1-18 non accenna minimamente ai fatti successivi, in particolare alla morte in croce e risurrezione di Gesù. Una volta scritto sul rotolo, non c'era posto per aggiunte.

 

Discorso dopo l’ultima cena: come Giovanni ha scritto i discorsi di Gesù

 

Dopo l’ultima Cena, Gesù ha parlato di cose molto importanti. A un certo punto ha detto:

«Non parlerò più di molte cose con voi: infatti viene il principe del mondo; non ha nessun potere su di me, ma così avviene perché il mondo sappia che io ho familiarità con il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così agisco. Alzatevi, usciamo di qui».

Poi ha continuato: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il contadino…» (Gv14,30-15,1).

Certamente hanno cambiato stanza, sono scesi dal cenacolo nella sinagoga sottostante.

Ma perché, in un discorso divino, è stato ricordato anche l’invito di Gesù a spostarsi?

Se Giovanni avesse scritto circa sessant’anni dopo i fatti, come tradizionalmente si dice senza alcuna vera testimonianza storica, avrebbe certamente dimenticato questa frase banale. Anche se avesse scritto presto, non l'avrebbe considerata degna di essere annotata.

Dobbiamo concludere che l’abbia scritta per ordine di Gesù stesso, che gli stava dettando il discorso. Si può affermare che il Maestro ha dettato al "discepolo amato" tutti i discorsi riportati nel Vangelo. E siccome Gesù e i discepoli sapevano parlare in greco, abbiamo le parole esatte del Figlio di Dio dettate a Giovanni in greco, fedelmente tramandate.

L'Apocalisse ricorda che Giovanni «ha testimoniato (nel suo Vangelo) la parola di Dio (che Dio si è manifestato e ha parlato) e la testimonianza di Gesù Cristo (Gesù ha reso testimonianza a Dio con le parole e con i fatti)» (Gv Ap 1,2).

Ciò conferma che Gesù ha dato una testimonianza precisa. È vero che il Maestro e Signore non ha scritto niente, ma è pure vero che ci ha lasciato i suoi dettati.

 

Le certificazioni della morte e della risurrezione di Gesù

 

Anche se normalmente ci sfugge, nel Vangelo c’è la certificazione della morte di Gesù:

“E chi ha visto ne ha dato testimonianza - e la sua testimonianza è vera e quegli sa che (egli) dice il vero - perché anche voi crediate” (Gv 19,35).
Chi ha scritto il Vangelo certifica, unitamente a un personaggio ben noto e autorevole, la veridicità della testimonianza di Giovanni, che non lascia dubbi sulla morte di Gesù in croce.

 Ma, con un po’ di attenzione nel tradurre, troviamo anche la certificazione della risurrezione, che si può ben definire la certificazione più importante di tutta la storia:

“Giunge intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed è entrato nel sepolcro e vede i lini distesi, e il sudario, che era (legato) sul suo capo, non disteso tra i lini ma sorprendentemente avvolto intorno a un’estremità” (Gv 20,6-7).

Una frase difficile da mettere a punto in lingua greca ma, una volta colta la logica, mostra la certificazione di Pietro e Giovanni con una formula composta probabilmente da Luca.

 


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