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GAMLA

 

Di che si tratta?

Incominciamo da un fatto storico abbastanza vicino a noi, le apparizioni di Fatima che, con il Segreto, indicano un elemento antico, le "frecce", e un elemento insolito, la "grande città" sul pendio ripido di un monte, "mezza in rovina".

«... Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli, ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».

Se riflettiamo un po', in tutto il tempo storico furono pochissimi i martiri, non solo cristiani, uccisi con frecce.

Eppure, tornando molto indietro nel tempo, in un'opera storica incontriamo la descrizione di una città, situata sul versante meridionale di un monte, i cui abitanti furono uccisi dai Romani.

Ma è stato uno scavo, condotto dagli archeologi ebrei del Golan, a rivelare che il martirio avvenne soprattutto con frecce. Dunque il Segreto di Fatima sembra conferire particolare importanza alle ricerche archeologiche e specialmente a quella città storica.

Di che cosa, pertanto, furono martiri, ossia testimoni, gli abitanti della città sul monte?

Osservazioni o domande?

storia e scavi

F. Giuseppe

zeloti

scavi a Gamla

ebrei osservanti

fonti storiche cristiane

pani e pesci

dove?

Vangelo di Giovanni

Apocalisse

ebrei e cristiani fedeli

zeloti e cristiani

martiri

30 anni di pace

 

Flavio Giuseppe

 

Lo storico Flavio Giuseppe in Guerra Giudaica, IV,1-83, ricorda una città ebraica chiamata Gamla, situata su un monte. Rileggiamo la descrizione di Giuseppe.

Da un'alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome ... Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna; ma anche qui gli abitanti, scavando una fossa trasversale, avevano sbarrato il passaggio.

Le case costruite sui ripidi pendii erano fittamente disposte l'una sopra l'altra: sembrava che la città fosse appesa e sempre sul punto di cadere su se stessa.

Affacciava a mezzogiorno, e la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto cui un dirupo privo di mura piombava in un profondissimo burrone; dentro le mura v'era una fonte e quivi la città terminava (Guerra Giudaica, IV,5-8).

Era situata nel Gaulan (Golan) inferiore ed era «la più forte in quella regione» (ibid., II,568). Gli abitanti parlavano il linguaggio dei Siri come gli altri nella parte settentrionale della Palestina (ibid., IV,37-38), ossia l'aramaico e il greco.

I nomi dei capi di Gamla ricordati da Flavio Giuseppe sono Carete e Giuseppe, uno greco e l'altro ebreo. A Gamla, dunque, come in Galilea, si parlavano sia l'aramaico che il greco.

Nella città la cultura ellenistica era stata integrata in quella ebraica.

All'inizio della Rivolta Giudaica, Giuseppe stesso, incaricato da Gerusalemme di organizzare la difesa della Galilea in vista degli scontri con i Romani, aveva fatto completare le fortificazioni di Gamla e di altre città (ibid., II,568.574). Gamla, dunque, era cara ai capi e ai sacerdoti di Gerusalemme.

La città fu assediata da Erode Agrippa II nel 69, ma resistette a lui e alle legioni romane fino agli inizi di ottobre (intorno al giorno 13) dell'anno 70 d. C., quando i Romani la espugnarono e uccisero quattromila abitanti. F. Giuseppe riferisce che altri cinquemila morirono correndo giù per un dirupo all'estremità occidentale della collina. Tuttavia durante l'assedio molti, non impegnati nella difesa della città, erano fuggiti attraverso i burroni non sorvegliati dai Romani o i passaggi sotterranei.

Esiste una moneta/medaglia commemorativa di questa impresa di Vespasiano.

Giuseppe parla della vicenda di Gamla con simpatia, dissimulata in vari modi, ma non compiange la sua fine, come se gli stessi abitanti sopravvissuti non la sentissero come una fine ma come un martirio.

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Zeloti

 

Bisogna ricordare che da quella città, agli inizi del I sec. d.C., era uscito Giuda, figlio di Ezechia (di Gamla, appunto), il fondatore della setta degli zeloti (F. Giuseppe, Guerra Giudaica, II,56.118; Antichità Giudaiche, XVIII,4-10). Giuseppe dice chiaramente che gli abitanti della città erano "giudei".

Gli zeloti osservavano la Legge di Mosè in modo scrupoloso, ma molto concreto. Si organizzarono in un partito politico, attivo in Palestina già all'inizio del primo secolo, e Gamla si trovò immersa in questo movimento.

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Gli archeologi del Golan

 

Nel 1968, dopo la Guerra dei Sei Giorni, gli archeologi ebrei identificarono le rovine di Gamla a nord est del Lago di Galilea, su una collina rocciosa che emerge sul pendio del Golan. Gli scavi hanno permesso di stabilire che la città di Gamla sorse intorno al 150 a.C.; la fondò uno dei gruppi di Ebrei provenienti dall'esilio babilonese, sui resti di un insediamento preesistente della Prima Età del Bronzo.

Sono state trovate diverse monete di Tiro, con scritta in greco, per cui Gamla aveva da lungo tempo ampi contatti commerciali anche con l'ambiente ellenistico, oltre che con l'oriente.

I reperti a Gamla sono numerosi e, a volte, unici per ricostruire la vita degli ebrei nel I secolo d.C.; in particolare sono state rinvenute moltissime punte di freccia, usate da truppe diverse dell'esercito romano.

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Ebrei osservanti

 

Gli archeologi del Golan hanno raccolto le testimonianze che la maggior parte degli abitanti di quella città sul monte erano ebrei zelanti, sinceramente fedeli alla legge giudaica, anche se si trovarono circondati da pagani, e ciò corrisponde alla descrizione che Flavio Giuseppe ci ha fornito della patria degli zeloti. In particolare:

- alcuni bagni rituali, i miqwehs, che permettevano alle persone impiegate a produrre l'olio d'oliva di produrlo "ritualmente puro" e adatto agli usi del Tempio di Gerusalemme;

- una sinagoga, riconosciuta come tale per avere accanto un bagno rituale;

- un vicolo a sud della sinagoga a un certo punto si restringe per la presenza di due pilastri sui due lati: ciò trasformava la via pubblica in via privata e in essa di sabato non era proibito dalla legge portare pesi;

- in una casa, sotto il pavimento in fondo a una stanza, è stata trovata una sepoltura antica, ma si è notato che il proprietario aveva riempito di materiale quella parte della stanza, perché chi passa sopra una sepoltura, secondo la legge, si rende impuro;

- nella città sono state trovate soltanto decorazioni geometriche e nessuna figura rappresentata, perché il secondo comandamento proibisce di dipingere o scolpire immagini; non se ne sono trovate nemmeno sulle lampade a olio, mentre in altri luoghi dell'impero romano le lampade venivano decorate spesso con volti umani o animali; in realtà alcuni frammenti di lampade rappresentano immagini ellenistiche, ma si pensa che appartengano al tempo in cui il pagano Demetrio dominò la città;

- sono state trovate molte lampade, quasi tutte in frammenti, perché la legge giudaica prescrive che un recipiente di ceramica, se è stato danneggiato, debba essere rotto del tutto;

- sei esemplari di una moneta portano un'iscrizione tipicamente ebraica, molto significativa, come vedremo.

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Alla fine di marzo dell'anno 32

 

Ma  poniamo attenzione a quanto dice un altro racconto storico, il Vangelo di Giovanni.

Era la sera in cui Gesù Cristo, poco prima della Pasqua dell'anno 32, moltiplicò i pani e i pesci su uno dei rilievi che si trovano a nord est del Lago di Galilea, in un deserto erboso. Tutti e quattro i Vangeli, se traduciamo attentamente dal greco, sono d'accordo sul luogo in cui avvenne il fatto:

«Dopo questi fatti, Gesù è andato al di là del mare di Galilea, cioè di Tiberìade» (Gv 6,1).

«Allora li prese con sé e si ritirò in disparte verso una città chiamata Betsàida» (Lc 9,10b).

«Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'. ... Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero» (Mc 6,31-33).

Ogni volta che Gesù si dirigeva verso quel "luogo deserto" la gente lo rincorreva: era già avvenuto in un momento ricordato da Lc 4,42-44.

Al ritorno:

«Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e precederlo verso l'altra riva, davanti a Betsàida, intanto che egli licenziava la folla» (Mc 6,45).

«Ma Gesù, avendo saputo che "stanno per venire a rapirlo per farlo re", si è ritirato di nuovo sulla montagna, tutto solo» (Gv 6,15).

«E dopo essersi separato da loro, si ritirò sul monte a pregare» (Mc 6,46).

«Venuta intanto la sera, i suoi discepoli sono scesi al mare e, saliti in una barca, avanzavano verso l'altra riva in direzione di Cafarnao» (Gv 6,16-17).

È da notare particolarmente ciò che ha scritto Giovanni al capitolo 6, versetti 14 e 15:

Allora (subito dopo il miracolo) gli uomini, considerando il segno che egli aveva compiuto, dicevano: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, avendo saputo che «stanno per venire a rapirlo per farlo re», si è ritirato di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Gli «uomini» «stavano per venire a rapire» Gesù, «per farlo re». Chi poteva permettersi un tale atto di forza, se la gente si stringeva attorno al Maestro con tanta insistenza proprio quando egli si recava in quella zona? Soltanto persone che avessero un notevole potere e potessero fornirgli una scorta armata; che fossero sufficientemente autonome dai Romani e anche dagli altri poteri ebrei.

"Rapire" Gesù significava portarlo in un luogo appartato, cioè isolato su qualche monte, per condurlo poi a Gerusalemme e proclamarlo re.

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Dove abitavano?

 

In quale luogo risiedevano questi "uomini"?

 

 

Si deve notare che, «considerando il segno che egli aveva compiuto, dicevano: "Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!"». Avevano capito il significato del segno. Ma passarono all'azione nel modo che sembrava giusto a loro, non sapevano ancora che Gesù non voleva essere re come gli altri di questo mondo. Tuttavia le loro intenzioni rimasero a lui molto care.

Invece, il giorno dopo, molti da Tiberiade e dalle altre città a ovest del Lago, che il Maestro frequentava normalmente, andarono a cercare Gesù ed egli parlò loro a Cafarnao: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26).

Dunque la gente che circondava di solito il Maestro non ne aveva riconosciuto i segni e perciò non pensava a farlo re.

Soltanto in quel luogo, a nord est del Lago, e soltanto quel giorno, Gesù si era avvicinato a quelli che avrebbero voluto rapirlo per farlo re, pronti com'erano a riconoscerne i segni.

Di sicuro abitavano un po' lontano dal luogo dove si trovava tutta la gente con Gesù, perché "stavano per venire". Non erano tra la folla.

Ciò induce a cercare un centro abitato su un monte, né troppo vicino né troppo lontano dal luogo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Dopo aver saputo di Gamla, mi è apparso chiaro che quello era l'unico centro abitato con le caratteristiche richieste. Non era possibile che gli "uomini" provenissero da altra località.

Dallo sperone roccioso, su cui sorge la città, si ha una vista panoramica di colline che degradano verso la riva del Lago, distante circa 8 Km. Il "monte", su cui quella sera Gesù compì il miracolo, era la collina più vicina al Lago, appunto nel territorio dominato da Gamla. Gli abitanti della "città più forte" vedevano dall'alto quella folla di cinquemila uomini, più le donne e i bambini, ed erano i soli che avessero la possibilità di "rapire" impunemente Gesù Cristo.

Quale ragione così importante spinse gli abitanti di Gamla a cercare di rapire Gesù

Abbiamo ricordato che da Gamla vennero i primi zeloti. È facile perciò supporre che molti abitanti di Gamla, prima di incontrare Gesù Cristo, fossero seguaci molto attivi della setta. Essi volevano ricostituire il regno di Davide, appena il Messia fosse apparso nel mondo, e intendevano cacciare i Romani con le armi. Ora il Messia era a loro portata di mano e non volevano lasciarsi sfuggire l'occasione propizia.

Dopo una tale esperienza, non c'è alcuna possibilità che gli uomini di Gamla siano poi rimasti estranei a Gesù Cristo; ma non abbandonarono le loro convinzioni zelote.

Gamla non è mai nominata nel Nuovo Testamento, perché c'erano motivi seri a impedirlo: soprattutto la sua indipendenza dai Romani.

Rimane chiusa nel silenzio ma, se la rimettiamo là al suo posto, riusciamo a ricostruire tutti i movimenti, a volte strani, annotati nei Vangeli di Giovanni e di Luca e nell'Apocalisse, documenti che sono in stretta relazione tra loro; ma perfino le lettere di S. Paolo trovano una collocazione molto più concreta.

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L'autore del Vangelo di Giovanni

 

Esaminando il Vangelo di Giovanni, si capisce che l'autore era uno scriba esperto e trascriveva le testimonianze dell'apostolo figlio di Zebedeo, ancora ragazzo.

Ma come poté sapere e scrivere che cosa intendevano fare quegli «uomini»?

È semplice: lo scriba li ha sentiti ragionare perché viveva tra loro, proprio a Gamla. Non ha spiegato di che uomini si trattasse, perché anche chi doveva leggere comprendeva bene di chi parlava. Non si saprebbe trovare una località più appropriata di Gamla, come luogo di origine del "quarto Vangelo".

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L'Apocalisse e Gamla

 

Uno scriba dello stesso luogo, quindici o venti anni dopo, ha scritto l'Apocalisse.

Anche il fatto che a Gamla si parlassero sia il greco che l'aramaico, lascia la possibilità di dire che l'Apocalisse, indirizzata "alle sette Chiese che sono in Asia", sia stata scritta qui.

L'enigmatico numero 666, che troviamo nell'Apocalisse, in realtà non è affatto misterioso, anzi aiuta a individuare il periodo in cui il libro di profezia fu scritto.

A rendere più stretto il legame tra le due opere di Giovanni e Gamla contribuiscono alcune monete che richiamano l'immagine della "nuova città santa Gerusalemme", contenuta nell'Apocalisse.

A questo punto Gamla diventa un importante anello di una catena di circostanze che fanno apparire sempre più reale tutto ciò che è scritto nei libri del Nuovo Testamento. Infatti, dopo aver scoperto il ruolo e la posizione geografica di questa città, proprio i passi del Nuovo Testamento di cui non si capiva il significato, o che sembravano in contrasto con altri, diventano quelli che più ravvivano e arricchiscono il racconto storico./p>

Il rapporto che c'è tra Gamla, il Vangelo di Giovanni, quello di Luca e l'Apocalisse, esalta la concretezza storica dei tre documenti antichi. Non c'è alcuna possibilità di avere un quadro storico più esauriente della vicenda di Gesù Cristo e dei primi tempi del Cristianesimo, se non quella di rendere sempre più stretto il collegamento tra questi documenti.

È ben difficile trovare sostegno in altre fonti, eccetto che nelle opere di F. Giuseppe scritte poco tempo dopo.

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Zeloti e cristiani

 

I due "angeli" del segreto di Fatima "raccoglievano il sangue dei Martiri", che erano stati uccisi anche con "frecce".

Gli "angeli", simbolicamente, rappresentano "uomini", verosimilmente due gruppi.

Se, da una parte, è stata riscoperta la città che dà maggiormente senso a questa immagine, d'altro canto si scopre che essa riuniva in sé le due parti per le quali la Croce è Albero di Vita, Ebrei e Cristiani, ed era aperta a una moltitudine immensa proveniente dalle Genti.

Il fatto che dagli scavi archeologici non risultino reperti riconducibili alla presenza di cristiani a Gamla, significa semplicemente che quei cristiani poterono vivere rigorosamente nell'osservanza delle legge mosaica, come ribadisce più di una volta l'Apocalisse, e non ebbero bisogno di segni speciali per essere cristiani.

Anche se qualcuno dei molti reperti, a una più sottile analisi, potrà rivelare un significato cristiano.

È questo, comunque, il segno che in quegli anni, quelle persone assai istruite e rigorose non trovarono alcun contrasto tra Gesù Cristo e la fede ebraica.

Anzi «la testimonianza di Gesù Cristo», entro la realtà ebraica, dava sufficiente ragione del fatto che gli ebrei cristiani accogliessero nelle loro Chiese «uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione», senza farli passare per la legge mosaica. «Il sangue dell'Agnello» poteva redimerli «dalla grande tribolazione». Gli ebrei seguivano rigorosamente la loro legge e chi non era ebreo entrava pienamente nella Chiesa senza diventare ebreo e senza togliere nulla agli ebrei.

Questo è da riesaminare, dopo un contrasto di quasi duemila anni, causato da Nerone che diede corpo al «mistero dell'illegalità», o «del disordine» (2 Ts 2,7).

Già nel Prologo di Giovanni che mostra subito il problema e la soluzione, si nota la discussione tra legge e grazia e verità o tra legge e fede, che ritroviamo nella Lettera ai Romani e nella Lettera di Giacomo.

L'Apocalisse perfeziona la dottrina messianica degli zeloti, senza bisogno di rinnegarne alcuna parte; e così la espone in tutto il suo splendore.

Dopo essersi assunti l'impegno di fare re Gesù Cristo, gli zeloti di Gamla, divenuti cristiani, senza rinunciare a nulla della loro dottrina e della loro potenza, non pensavano ormai più a scacciare i Romani, ma, quando venne il tempo della rivolta, si prepararono a difendere la loro posizione e a redimere la Gerusalemme santa. Non furono né neutrali né traditori, e coniarono quella moneta per dirlo, ma divenne per loro un martirio anche la dottrina che avevano completato. D'altra parte, perfino uno dei dodici Apostoli di Gesù Cristo, uno dei due Simone, era zelota (in ebraico: "Qan'ana", "cananeo").

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Di che cosa furono martiri?

 

Gli abitanti di Gamla furono martiri dell'appartenenza ebraica e insieme cristiana; della fedeltà al Dio d'Israele e della testimonianza di Gesù Cristo.

Paolo, perfettamente a conoscenza dell'opera di Teofilo e di Gamla, in contatto con i cristiani di Roma, manifesta una visione completa della situazione.

To gar musthrion hdh energeitai thV anomiaV· monon o katecwn arti ewV ek mesou genhtai.

«Infatti il mistero dell'illegalità è già in azione: solo che esca di scena colui che fino a ora lo trattiene».

(2 Ts 2,7)

Il contrasto tra Ebrei e Cristiani, dopo la persecuzione di Nerone, nacque proprio per l'uscita di scena di Teofilo.

Per ricucire il dialogo si deve ricostruire tutto quanto, attraverso ciò che è codificato nell'Apocalisse.

Gamla è testimone di quando i Cristiani e gli Ebrei vivevano in buon accordo nella terra di Israele.

Il luogo dove è stata riscoperta Gamla, prima dell'identificazione archeologica si chiamava, in arabo, "Khirbet es-Salam" (= "Rovine di Pace") e Gamla potrebbe diventare oggi un segno di riconciliazione, così come l'Apocalisse, a metà del 1° secolo d. C., ricercava tenacemente l'unità tra i Cristiani e gli Ebrei.

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Trentacinque anni di pace

 

Gamla è segno di dialogo, tra Cristiani, Ebrei e Romani, che funzionò per circa trentacinque anni.

Nella fede e nella Legge ebraica apparve e si inserì "la testimonianza di Gesù Cristo" (espressione presente in Apocalisse e nelle Lettere di Paolo). La troviamo, certificata, nei Vangeli di Giovanni e di Luca.

Teofilo poteva far leva soltanto sulla testimonianza di quanto Gesù Cristo aveva compiuto e di quanto aveva detto, per costruire pace e collaborazione tra tutti gli Ebrei e coloro che erano divenuti cristiani.

Di fronte ai Romani, poi, poteva farsi forte di quest'armonia nella fede in Jahveh e nella preghiera al Tempio (Lc 24,53), per dimostrare che i Cristiani appartenevano a una "religio licita".

Il Vangelo di Giovanni, le sue Lettere e l'Apocalisse, tutti scritti a Gamla, codificano il dialogo già a quel tempo. Risolvono i problemi esistenti tra Ebrei e Cristiani, prima che Nerone, pressato dalla necessità di addossare ad altri la colpa dell'incendio di Roma, perseguitasse i Cristiani provocando una serie di conseguenze negative anche per gli Ebrei. La sua decisione aveva qualcosa di folle ma era anche logica legalmente, in quanto la religione cristiana appariva sempre più autonoma, non aveva un proprio Tempio e Gesù, come Dio, non era riconosciuto dal Senato.

Vangelo di Luca e Atti, invece, sono libri per il dialogo tra i Cristiani e il potere di Roma a quel tempo, potere che rappresenta ogni potere politico. Quel potere che, con il suo intervento ostile, fece sì che anche Ebrei e Cristiani non si comprendessero più.

Gesù aveva ammonito: «Date a Cesare quello che è di Cesare, date a Dio quello che è di Dio», così che i Cristiani potessero esistere in qualsiasi situazione politica senza bisogno di sconvolgerla.

I documenti scritti testimoniano che Dio ha mandato Gesù Cristo, ha superato la necessità del Tempio e ha dato piena opportunità alle Genti. Il dialogo ha come scopo quello di liberare i diversi interlocutori dalla "rovina" introdotta da Nerone, perché si costituiscano nella "salvezza" (Lc 19,10).

Non è il caso di rimanere ancora sotto il ricatto del persecutore dei cristiani e rovina della nazione ebraica.

Nel nostro tempo facciamo fatica ad apprezzare Gesù Cristo come persona reale, dopo che si è parlato di lui per duemila anni nei modi più diversi e dopo tanti ragionamenti critici sulla sua figura. Mi sembra che, per poterlo considerare in modo sereno, occorra semplicemente ricordare i fatti della sua vita, senza troppe spiegazioni e raccogliendo invece informazioni storiche e geografiche sulle situazioni in cui visse, così da rivederlo nella viva realtà del suo tempo.

Il fatto della conversione e del martirio di Gamla non è un fatto di rivelazione, ma lo si scopre direttamente leggendo i documenti della fede cristiana dopo averli riconosciuti come documenti storici.

È sostenuto da elementi archeologici ed è collegato all'Apocalisse, al Vangelo di Giovanni, a quello di Luca, alle Lettere di San Paolo e all'opera storica di Flavio Giuseppe.

Ciò aggiunge ai racconti evangelici testimonianze concrete sui luoghi, sui tempi, sulle situazioni in cui Gesù ha compiuto il suo ministero.

È un fatto che si pone tra la realtà del mondo e la fede nel Dio degli Ebrei, dei Cristiani e dei Musulmani, come anello di congiunzione.

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Racconto storico

 

Non c'è possibilità che il fatto della moltiplicazione dei pani e dei pesci non sia storico, come può succedere che si pensi delle cose raccontate dai Vangeli.

Ho cercato un luogo, che poi ho capito essere Gamla, perché il Vangelo di Giovanni portava a un centro abitato su un monte.

Ora, chi ha letto il Vangelo di Giovanni avrà notato che nei primi capitoli l'evangelista presenta delle testimonianze su Gesù, ma le persone a cui si rivolge non credono alle sue parole (3,11.32). Poi li informa su episodi avvenuti soprattutto a Gerusalemme, ma anche in Samaria e in Galilea, e ciò significa che scriveva per una comunità situata fuori dalla capitale e dagli altri luoghi percorsi dal Maestro.

L'evangelista Giovanni insiste nel dire che i Giudei non credevano in Gesù e perciò è chiaro che non scriveva le sue testimonianze per i Giudei. Può sembrare addirittura che si rivolgesse ai Gentili, cioè a quelli non ebrei, molto tempo dopo i fatti, quando era già nato il contrasto tra Ebrei e Cristiani, e che dimenticasse le sue radici ebraiche, perché usa un linguaggio diverso dagli altri Vangeli, autorevole e deciso.

Ma come è possibile ciò, se egli ricorda che «la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22)? Era fedele al Tempio, che era in Giudea. Aderiva alla Legge, alle Scritture e alle Profezie. Non avrebbe mai potuto essere indifferente verso ciò che era rappresentato dal Tempio, solo si deve osservare che aveva una sua cultura particolare, concreta, senza complicate costruzioni scolastiche.

Ma è tutto più semplice se lo si immagina immerso nella realtà ebraica, nella prima metà del I secolo, alle prese con le obiezioni sollevate dai fratelli ebrei, a cui risponde in modo convincente con i fatti e con i simboli tratti dalle parole stesse di Gesù. Gli ebrei infatti accolsero bene l'intraprendenza di Giovanni e di Gamla.

Sappiamo che era di Galilea, quasi certamente di Betsaida come Pietro, Andrea e Filippo; era normale che si trovasse più a suo agio tra i Galilei che tra i Giudei. Ma scriveva in Palestina non in un'altra nazione, perché è molto preciso nel raccontare gli spostamenti di Gesù da una regione all'altra, proprio mentre si spostava, senza sapere dove sarebbe andato in seguito. E quando parla di Giudei, intende proprio gli abitanti della Giudea, non gli Ebrei in genere. Infatti parla diverse volte dei Giudei, ma anche dei Samaritani (Gv 4,9.39-40; 8,48) e dei Galilei (Gv 4,45).

Le relazioni tra Giovanni e coloro che devono leggere le sue testimonianze sono vivaci e concrete, ma sembrano complicate.

Si possono spiegare semplicemente ammettendo che egli scrivesse mentre i fatti avvenivano e che fosse amico di una comunità che non viveva in Giudea, né in alcuna delle località percorse da Gesù, quali la Perea, la Samaria, la Galilea. Per comunicare con i suoi amici scriveva, perché, logicamente, essi non vedevano i fatti. Tuttavia, se gli erano amici, non potevano abitare molto lontano dalla sua città di origine perché, pur essendo molto giovane, aveva potuto fare le loro conoscenza. Abitavano dunque fuori dalla Galilea, ma non molto lontano.

Però, soprattutto all'inizio, Giovanni scriveva fornendo il significato in greco delle parole ebraiche, perché voleva fare arrivare le testimonianze anche a persone che non conoscevano né la Palestina né il linguaggio usato in essa.

Si deve allora pensare che gli amici, ai quali si rivolgeva direttamente, avessero legami con alcune comunità di lingua greca.

Per cercare di capire a chi si rivolge Giovanni, proviamo innanzitutto a confrontare il suo Vangelo con quello di Luca.

Dopo averne riveduto la traduzione dal greco, sono emerse dal testo certificazioni che si possono considerare valide per tutti i tempi. Da questo dipende il valore "laico" di tutto ciò che i due libri raccontano. Comunque nemmeno i credenti si basano su idee, immaginazioni o sentimenti, ma su fatti storici da riscoprire.

Anche se i Vangeli sono libri "di fede", quello che contengono va considerato per quel che è realmente, non un messaggio fuori dalla realtà. Questi libri sono pure stati scritti in qualche luogo e da qualcuno. Fossero pure il risultato di una tradizione collettiva - ma non sono questo - chi l'avesse raccolta vi avrebbe pur lasciato le proprie tracce culturali e geografiche.

Non si può presumere che chi parla di cose di fede, se racconta fatti veri, stravolga la realtà e sia inaffidabile storicamente.imes12a" style="TEXT-INDENT: 20px; MARGIN: 10px 20px 0px 150px">Il problema di accettare i fatti storici è lo stesso problema di accettare la testimonianza di Gesù Cristo, ma i fatti sono fatti e non si può ammettere che alcuni siano reali e non accettare quelli che possono portare qualcosa di nuovo e superiore alla ragione.

Non è più possibile rimanere nel dubbio sull'attendibilità storica dei Vangeli, perché ho potuto constatare che il problema si può risolvere usando soltanto alcuni dei mezzi che abbiamo a disposizione.

Dunque, il Vangelo di Giovanni è storico perché:

- presenta varie certificazioni di almeno due persone:

Gv 3,11.33;

11]In verità, in verità ti dico che noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.

[33]Colui che ha accolto la sua testimonianza, certifica con sigillo che (egli) è il vero Dio. 

19,35;

[35]E chi ha visto ne ha dato testimonianza - e la sua testimonianza è vera e quegli sa che dice il vero - perché anche voi crediate.

20,30-31

[30]In realtà Gesù ha compiuto di fronte ai suoi discepoli molti altri segni, che non sono stati scritti in questo rotolo.

[31]Questi sono stati scritti perché credeste che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, ora che credete, perché abbiate vita nel suo nome.

21,24);

[24]Questo è il discepolo che rende testimonianza su queste cose e le ha scritte; e sappiamo che la sua testimonianza è vera.

- si combina in ordine di tempo con il Vangelo di Luca, che è completamente diverso (cosa che nei secoli gli esperti della Bibbia non hanno preso in considerazione), così che oggi dopo venti secoli è possibile ricostruire un racconto molto più dettagliato della vita di Gesù Cristo; inaspettatamente i due Vangeli di cui era meno chiara la storicità si combinano in ordine cronologico e forniscono un racconto molto preciso e ricco di notizie, che si possono approfondire senza fine. Scopriamo allora che, sia Luca che Giovanni, seguono l'ordine in cui i fatti sono accaduti, per cui ci restituiscono una relazione quanto mai chiara degli avvenimenti che riguardano Gesù. Questo attesta che ambedue sono fedeli e storici.

- il Vangelo di Luca ha una presentazione ufficiale e uno stile storico;

- anche Luca accenna a un «luogo deserto» dove si trova un'«altra città» e, benché appunto il Vangelo di Luca e quello di Giovanni siano molto diversi, è noto che essi hanno molti elementi di contatto;

- ambedue i Vangeli ricordano date che, inserite in una linea del tempo, sono in pieno accordo con quelle riportate da F. Giuseppe (dal suo punto di vista cronologico) e dalle altre fonti attendibili, anzi sono la chiave per mettere in accordo date che sembravano discordanti;

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Dove fu scritta l'Apocalisse?

 

L'Apocalisse denota una spiccata indipendenza dai diversi tipi di potere che c'erano in Israele.

La comunità in cui è stata scritta l'Apocalisse era in pieno disaccordo con la capitale Gerusalemme. Non è possibile che risiedesse dove si trovava a disagio. Inoltre, mentre Gerusalemme doveva cadere (Ap 17,9; 18,24), l'autore aveva una sua forte sicurezza e pensava alla redenzione della Gerusalemme santa, cioè risiedeva altrove in un luogo ritenuto più sicuro della capitale, apparteneva a una "comunità" che aveva il potere di assumersi questo ruolo. Pur trovandosi fuori dal centro del potere religioso e politico, era ugualmente molto autorevole verso le «sette Chiese che sono in Asia» e verso tutta la Chiesa. Aveva dunque sede in un luogo importante, diverso da Gerusalemme.

Non in Asia minore, perché Giovanni comunica per iscritto con le Chiese d'Asia minore tra cui Efeso.

Non a Patmos. Giovanni non è l'autore materiale della profezia dell'Apocalisse. Chi ha scritto era un abile scriba. Comunque l'ispirazione era venuta a Giovanni nell'isola di Patmos, incontrando probabilmente Luca che in quel periodo seguiva Paolo nel suo secondo viaggio apostolico. Luca non si sentiva in grado di scrivere per gli Ebrei e invitò Giovanni a trovare una persona adatta. Ma quando l'autore scriveva, accanto a Giovanni, non si trovava in esilio, perché ambedue erano liberi di muoversi (Ap 2,5) e avevano a disposizione abbondanza di informazioni aggiornate.

Altri luoghi non sono nemmeno accennati.

L'autore dell'Apocalisse era autonomo dalle consuetudini degli scribi di Israele, ma sinceramente inserito nella fede ebraica. Ciò richiede un ambiente autonomo, quindi separato geograficamente dall'ambiente comune di Israele, e ben organizzato con studiosi propri e cultura propria. Richiede un sufficiente potere, reso più sicuro da una posizione geografica elevata e isolata, che permettesse di non doversi difendere da molti e di non dover rendere conto a molti. Spesso una comunità di questo tipo risulta più aperta a contatti internazionali e sa vedere meglio aspetti della realtà nazionale che altri non colgono, nel nostro caso il carattere santo di Gerusalemme.

Soltanto la città di Gamla, arroccata in un "deserto", è l'ambiente ideale per l'Apocalisse. Commerciava il proprio olio, prodotto in modo "ritualmente puro", e poteva essere in contatto per questo con città dell'Asia minore. Per lo stesso motivo, è accertato che fosse in stretto contatto con il Tempio di Gerusalemme.

Apocalisse, Lettere e Vangelo di Giovanni si spiegano dal punto di osservazione di Gamla.

Gamla e l'Apocalisse sono in stretta relazione tra loro:

- l'avversione dell'Apocalisse per Roma (ex-zeloti) e per Gerusalemme (distanza e indipendenza da Gerusalemme capitale), eppure, senza il favore di questi poteri, Gamla molto autorevole (verso le 7 Chiese),

- i mihvek,

- veste bianca,

- la moneta e la redenzione,

- possibilità di avere sicurezza anche dopo la distruzione di Gerusalemme (e perciò dopo l'invasione della regione): quindi situazione in luogo elevato, fuori dalla regione, fortificato.

— Ap 19,20; 20,14-15; 21,8 - Il «lago acceso di fuoco» è un'immagine incredibile, ma che poteva nascere facilmente osservando da Gamla i tramonti infuocati sul Lago di Galilea.

— Ap 8,8 - «Il secondo angelo suonò: come un grande monte (gli abitanti di un monte) ardente di fuoco(dello Spirito Santo) fu gettato nel mare (tra le genti del mare Mediterraneo), e un terzo del mare divenne sangue <(accolse la testimonianza e divenne testimone)». Questo si adatta bene alla missione che dovettero svolgere gli abitanti di Gamla, convertiti a Cristo dopo aver tentato di «rapirlo per farlo re» (Gv 6,14), e inviati da lui ad ammaestrare e battezzare (Mt 28,16-20).

— Il calice dell'Apocalisse riguarda sia il vino della prostituzione di Babilonia-Gerusalemme, sia il vino dell'ira di Dio. La coppa di libagione, invece, riguarda il culto a Dio e il furore dell'ira di Dio. Questa dev'essere la spiegazione del misterioso calice inciso sulle monete di Gerusalemme e di Gamla negli anni della Rivolta Giudaica. I rivoltosi in genere l'intendevano come l'ora in cui Dio li avrebbe liberati. Ma i cristiani di Gamla e molti altri in Israele sapevano che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, perciò per questi il calice era segno di attesa che Dio redimesse la Gerusalemme santa, ossia che la facesse risorgere dalla corruzione. A Gamla corressero il significato del "calice" ma lo assunsero come simbolo dell'unità ebraica nei confronti del potere di Roma, anche senza la rivolta e le armi.

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Il numero 666: la "bestia"

 

Dal punto di vista di chi ha scritto l'Apocalisse, una figura è particolarmente avversa: la "bestia". È il famoso numero 666.

Il numero si riferisce a una realtà ben conosciuta da chi scriveva (in un luogo) e da chi leggeva (in luoghi diversi dell'Asia minore e della Palestina), perché si trattava di una realtà internazionale.

Non è un essere surreale, perché "chi ha intelligenza" può calcolare il suo nome, usando il numero che è "un numero d'uomo" (in greco, come in ebraico, per scrivere i numeri si usavano le lettere dell'alfabeto). Ma non si tratta di un solo uomo, infatti la "bestia" ha "sette re e sette monti". È facile capire che si tratta del potere di Roma e che il punto di vista è quello degli zeloti.

Sul potere di Roma siede un'altra figura quella della "donna prostituta", che si intuisce essere Gerusalemme, come capitale della terra di Israele (Ap 18,24 e Lc 13,34: "in essa fu trovato sangue di profeti").

L'Apocalisse parla del potere di Roma come di un elemento di corruzione per Gerusalemme, tanto da trasformarla in "Babilonia". Così che questa «corrompe tutta la terra (d'Israele)» (Ap 13,18; 17,1-5). Anche un tale concetto è tipico della setta degli zeloti, le cui idee perdurarono a Gamla, seppur attenuate, anche dopo l'adesione a Cristo.

Entro la "bestia" c'è inoltre la "bestia che era e che non è", cioè che è morta da poco; "essa è l'ottavo (re) e uno dei sette, il quinto ("i primi cinque sono caduti"), e viene per la rovina" (Ap 17,10-11). Come si spiega tutto ciò?

Un fatto molto sconvolgente era avvenuto nell'anno 42 (F. Giuseppe, Guerra Giudaica, II,184-203): l'imperatore di Roma Caligola (Gaio Cesare) aveva inviato il governatore della Siria Petronio con l'esercito per collocare le sue statue nel Tempio di Gerusalemme. Intento quanto mai sacrilego, a cui si opposero "i giudei con le mogli e i figli", pronti a morire per impedire una tale abominazione.

Supponiamo allora che la "bestia che era e che non è" sia Gaio Cesare ed ecco che i conti tornano: il regno di Caligola è il quinto partendo dal primo triunvirato (primo triunvirato, secondo t., Ottaviano, Tiberio, Caligola), ma egli è anche l'ottava persona che ha regnato a Roma e sulla Palestina, a partire da Gneo Pompeo (Pompeo, Cesare, Crasso, Ottaviano, Antonio, Lepido, Tiberio, Caligola). Il numero di Gaio Cesare sarebbe 616 (= GaioV + Kaisar), ma l'autore dell'Apocalisse gioca sui nomi e ottiene il numero 666 (= GnaioV + Kaisar) unendo il nome del primo romano che dominò in Palestina, Gneo (Pompeo), a quello degli imperatori, Cesare.

L'Apocalisse, dunque, è stata scritta tra il 44 e il 57, ossia dopo la morte di Gaio Cesare e durante il "sesto regno", quello di Claudio. Era avvenuto da poco il fatto sconvolgente, risoltosi appunto con l'assassinio di Gaio Cesare. Dunque niente impedisce che l'Apocalisse di Giovanni sia stata scritta a Gamla, che in quegli anni era ancora abitata normalmente e anzi nel pieno del suo prestigio.

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La moneta di Gamla

 

Gamla, all'inizio della rivolta giudaica, «per la sua forte posizione si era riempita di rifugiati» (Guerra Giudaica, IV,10). Non poteva rinunciare alla difesa di tanta gente, non poteva abbandonare la causa della nuova Gerusalemme santa, per cui alcuni della città, con mezzi rudimentali, coniarono una moneta, che diventa segno e motivazione del loro martirio.

Tra le monete trovate a Gamla sono particolarmente importanti i sei esemplari che portano l'iscrizione: «Per la redenzione della Gerusalemme santa». Questa moneta fu coniata al tempo della rivolta giudaica, tra il 69 e il 70.

La particolarità non sta nelle monete, perché anche a Gerusalemme ne furono coniate molte in quel periodo, ma nel fatto che quelle di Gerusalemme, nel 69 e 70, portavano l'iscrizione «Per la Gerusalemme santa» e soltanto dopo la presa di Gamla furono coniate con l'aggiunta «...redenzione della...».

Dunque Gamla aveva un suo modo di vedere la situazione e non voleva più liberare la capitale Gerusalemme con le armi, ma voleva redimere la parte santa di Gerusalemme, quella che si manteneva più fedele a Dio con l'aiuto della «testimonianza di Gesù Cristo». E attendeva che Dio permettesse la redenzione attraverso i fatti che dovevano accadere.

Nell'Apocalisse si trova la stessa aspirazione alla «redenzione», nascosta sotto il simbolo della «veste bianca» di cui viene rivestita «la sposa, la donna dell'Agnello», «la nuova città santa Gerusalemme».

Attendere «la redenzione della Gerusalemme santa» o «la nuova città santa Gerusalemme» aveva lo stesso significato, perché Gerusalemme sarebbe stata "nuova" per la "redenzione".

Gamla aveva il potere di riunire quelli che aspiravano alla redenzione della Gerusalemme santa e, dopo la sua caduta, anche a Gerusalemme ne fu accolto da molti il programma.

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La nuova città santa Gerusalemme

 

Giovanni, il protagonista dell'Apocalisse, dice: «E vidi scendere dal cielo la nuova città santa Gerusalemme, preparata da Dio come una sposa ornata per il suo sposo... (Ap 21,2). Venne il primo dei sette angeli... e mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto (vedere segreto di Fatima) e mi mostrò la città santa Gerusalemme (21,9-10)... La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è quanto la larghezza. E (l'angelo) misurò la città con la canna per dodicimila stadi: la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono uguali» (21,16).

Una città che è alta come è lunga e larga si può immaginare soltanto come nella figura.

Infatti assomiglia a "una sposa ornata per il suo sposo".  La sposa, come ha ben rappresentato Maria alle sue nozze Franco Zeffirelli, nel film Gesù di Nazaret, veniva preparata per la cerimonia su una portantina quadrata.Il suo capo veniva ricoperto con un velo. L'altezza della sposa era pressappoco come la lunghezza e la larghezza della portantina.

Ma come si possono immaginare gli edifici su un pendio così inclinato? Ecco che cosa dice di Gamla Flavio Giuseppe: «Le case costruite sui ripidi pendii erano fittamente disposte l'una sopra l'altra: sembrava che la città fosse appesa e sempre sul punto di cadere dall'alto su se stessa» (Guerra Giudaica, IV,7). Questa è anche una prova che Gamla è realmente identificabile con le rovine riscoperte dagli archeologi del Golan, perfettamente rispondenti alla descrizione di Giuseppe.

Ma «Gamla affacciava a mezzogiorno» (ibid. IV,8), mentre la nuova Gerusalemme è costruita su tutto il monte; come prende sole la parte settentrionale? «La città non ha bisogno del sole, né della luna, per illuminarla, infatti la gloria di Dio le ha dato luce e la sua lucerna è l'Agnello» (Ap 21,23). Dunque la descrizione della Gerusalemme nuova richiede immagini che potevano venire soltanto da Gamla.

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Ebrei, Cristiani, Gentili

 

A Gamla c'erano, dunque, molti cristiani (probabilmente i «più di cinquecento fratelli» di 1 Cor 15,5-8), ma il Vangelo di Giovanni e soprattutto l'Apocalisse mostrano un loro tenace attaccamento alla Legge ebraica, perché le parole di Gesù non erano in antitesi con il Giudaismo.

Quei Cristiani erano pieni della vita portata da Gesù e capaci di collaborare alla redenzione dei Gentili per il Dio degli Ebrei.

Divenuti cristiani, si dichiaravano ebrei fedeli in tutto sfruttando anche la loro autorità politica; e lo furono. Gli scavi archeologici lo confermano.

La loro sincera fede ebraica e sincera fede cristiana erano unite in questo modo:

«E cantano un canto nuovo: "Tu sei degno di prendere il volume e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai redento per Dio (il Dio degli Ebrei) con il tuo sangue (uomini) di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (che non erano della nostra religione) e li hai costituiti per il nostro (degli ebrei, appunto) Dio regno e sacerdoti e regneranno sopra la terra (d'Israele)(Ap 5,9-10).

Questo significa che l'Agnello ha redento molti dalle Genti ("dalla grande tribolazione", cioè da fuori il popolo ebreo) e li ha resi partecipi dell'eredità del popolo ebreo.

«E vidi come un mare di vetro misto a fuoco e i vincitori (ossia quelli che sono diventati testimoni convincenti) (che provengono) dalla bestia e dalla sua immagine e dal numero del suo nome, ritti sul mare di vetro con arpe di Dio.

E cantano il cantico di Mosè, il servo di Dio, e il cantico dell'Agnello dicendo: "Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente: giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti! Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché (tu) solo ne hai diritto, perché tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i decreti della tua giustizia si sono manifestati"» (Ap 15,3-4).

I cristiani provenienti dalle Nazioni sono entrati nell'eredità attraverso Gesù Cristo, presentato dalle 5 opere di Giovanni come "Testimone" valido per la Legge ebraica, sono stati resi alla pari degli Ebrei non per nascita, ma per redenzione, per acquisto da parte del Testimone di Dio.

«Conosco la tua tribolazione e la tua povertà, ma sei ricco, e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non sono tali, ma sinagoga di satana» (questo è un segno che l'Apocalisse è stata scritta per i Giudei osservanti e fedeli a Dio, oltre che a Gesù) (Ap 2,9).

«E il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (Ap 12,17).

«Qui è la perseveranza dei santi, che custodiscono i comandamenti di Dio e la fede in Gesù» (cioè la perseveranza degli ebrei nel sostenere e vivere l'unità tra ebraismo e cristianesimo) (Ap 14,12).

«Il tempio si riempì di fumo dalla gloria di Dio e dalla sua potenza, e nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli» (c'era ancora il Tempio e Dio è il Dio che ha posto la sua gloria nel Tempio di Gerusalemme, cioè chiaramente il Dio degli Ebrei) (Ap 15,8).

L'Apocalisse (insieme al Vangelo di Giovanni e alle sue tre Lettere) spiega il significato di questa redenzione e del simbolo delle "veste bianca" usata da alcuni gruppi ebrei.

«Hai redento per Dio con il tuo sangue (uomini) da ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9).

La folla internazionale, redenta, appare in vesti bianche: «Molta folla, che nessuno poteva contare, da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, che stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti bianche» (Ap 7,9).

Anche questa folla, proveniente dalle Genti, poteva avere vesti bianche, come i «santi» ebrei, perché «hanno lavato le loro vesti e le hanno rese bianche nel sangue dell'Agnello» (Ap 7,14).

L'Apocalisse preannunziava dunque:

A - 144.000 (numero simbolico) redenti della "terra" d'Israele:

Sia gli Ebrei che i Cristiani hanno in comune il rapporto con la croce, e Pietro, il giorno di Pentecoste, annunciò questo come opportunità di conversione per chiunque accettasse il disegno che Dio aveva stabilito nella croce di Gesù:

«Dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso».

«E Pietro disse: "Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo.

Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro"» (At 2,23.38-39).

B - una moltitudine immensa di redenti vestiti di bianco, provenienti dalla "grande tribolazione".

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Per vedere una foto di Gamla: http://www.gamla.org.il/english/who.htm 

Giovanni Conforti

Aggiornato l'1 febbraio 2008

 


 


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