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XXXI domenica del Tempo Ordinario

- Anno A -

 

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Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 23,1-12

 

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2 dicendo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente.

8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.

 

 

Commento storico

 

Introduzione

 

Vedere introduzione generale

 

Un rimprovero nella situazione storica

 

Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli. Parlò di come osservare la Legge e dei farisei che ne erano i più fedeli interpreti. Dalla scena non è escluso niente e nessuno del popolo di Israele e del nuovo popolo che Gesù stava fondando.

La Nuova ed Eterna Alleanza non esclude niente dell’Antica.

È chiaro che quando hanno scritto questo Vangelo c’era ancora tutta l’organizzazione, con i farisei, gli scribi e gli altri gruppi. Che senso avrebbe avuto disapprovare una realtà passata?

La vita del popolo d’Israele continuava con sufficiente tranquillità. Si era ben lontani dall’anno 69 (66) d.C., quando iniziò la rivolta giudaica e la vita in Palestina ne fu sconvolta.

D’altra parte gli scribi di Matteo manifestano autorità nei confronti del popolo d’Israele.

La cattedra di Mosè è quella da cui si interpreta la Legge di Dio. Queste considerazioni interessano chiunque crede nel Dio di Israele, anche chi proviene dalle Genti e ha creduto in Dio nel nome di Gesù Cristo.

Il rimprovero era rivolto alle autorità di Israele, a sostegno della dottrina cristiana.

I farisei, anche se erano vicini come dottrina a Gesù, avevano bisogno del compimento che portava soltanto lui. Non possedendo la verità, si comportavano come ipocriti, cioè come attori che rappresentano  ciò di cui non sono autori e a cui non partecipano. Il più semplice discepolo di Gesù aveva più facilità dei farisei nel tenere un comportamento giusto, non per merito suo ma del Maestro.

 

Salvare ogni aspetto della Legge

 

Da questo brano non cerchiamo di trarre moralismi, trasponendo nel nostro ambiente il rimprovero di Gesù.

Qui infatti è valorizzata pienamente la Legge di Mosè, spiegando però che non si possono imporre ad altri cose che sono impossibili da portare. La Legge è per l’uomo.

La fedeltà alla legge e l’attenzione alla realtà umana sono da combinare insieme con la  libertà straordinaria che gli scribi avevano imparato da Gesù.

Attraverso queste ricerche scopriamo infatti che soltanto dieci anni dopo gli Apostoli, tutti ebrei circoncisi, si riunirono proprio a Gerusalemme e decisero di non imporre ai convertiti dalle Genti nessuna delle regole esteriori ebraiche, soltanto di non mangiare le carni offerte agli idoli (At 15,28-29).

Nello stesso tempo il valore della Legge è rimasto completamente nel Cristianesimo.

Dal canto loro gli Ebrei, come popolo a cui la Legge è stata data da Dio, continuano a rispettare anche le regole esteriori. Sono il popolo che Dio si è scelto e a cui, insieme all’Alleanza, egli ha chiesto di osservare la Legge.

Quale punto di incontro ci può essere oggi tra noi e loro?

Ci unisce l’osservanza dei Comandamenti, che sono il cuore della Legge ma sono pure un aiuto perché chiunque possa vivere bene.  I Cristiani provenienti dalle Genti sono tenuti a osservarli nello spirito giusto; gli Ebrei osservano anche norme esteriori.

Ciò che compiono loro è garanzia che la Legge venga conservata; ciò che dobbiamo fare noi è la realizzazione pratica e universale di essa, nella carità del Cristo.

 

Ma il Cristo è Maestro di Legge nuova

 

Ci unisce perciò il Cristo, che appartiene prima a loro e poi a noi.

I Vangeli e l’Apocalisse, scritti nel nome suo, sono documenti che stabiliscono la verità legale del rapporto e del dialogo tra religioni, e non solo tra quella cristiana e quella ebraica.

La Legge di Mosè non è superata, nemmeno per i Cristiani provenienti dalle Genti: è tutta raccolta nell’insegnamento e nelle opere di Gesù. Il Maestro potente è solo lui e Dio è Padre di tutti: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno vi è spinto a forza. È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge» (Lc 16,16-17).

Il Cristo, pur essendo sempre Maestro e Signore, si pone come servo, non chiede minimamente di imporre la sua dottrina ad altri, ma di servire agli altri tutto ciò che egli ci ha “servito” storicamente.

 

 


 


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