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IV domenica di Pasqua

- Anno B -

 

indice delle feste

 

Vangelo secondo Giovanni

Gv 10,11-18

 

11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio".

 

 

Introduzione

 

Vedere l'introduzione generale.

 

Il Pastore e la vita

 

I versetti 17 e 18 richiedono una più attenta traduzione:

«Il Padre mi tiene caro per questo: perché offro io la mia anima, per riprenderla di nuovo. Nessuno me la porta via, ma la offro io da me stesso. Ho il potere di offrirla e ho il potere di prenderla di nuovo. Dal Padre mio ho ricevuto questo comando».

In greco c’è il termine “anima”, non “vita”. Gesù distingueva tra “anima” e “corpo”, benché non la intendesse come i filosofi greci.

È una distinzione essenziale: «L’anima vale più del cibo e il corpo vale più del vestito» (Lc 12,23 in Gesù, il Cristo).

Tutta la persona umana “vale” agli occhi di Gesù Cristo, ma la distinzione tra anima e corpo permette di precisare in che relazione sono tutte le creature verso l’una e verso l’altro.

Potremmo chiederci: che valore poteva avere che Gesù offrisse a Dio la vita del corpo?

Ai nostri occhi avrebbe soltanto perso la vita, il suo sacrificio l’avrebbe allontanato da noi. Ed è quello che realmente ci viene da pensare.

Ma il Cristo Re non voleva offrire solo il corpo, bensì tutta la propria umanità, anche l’anima che non muore.

Non voleva sacrificare il proprio corpo, ma offrire un sacrificio completo. Questo passava attraverso la morte del corpo, ma tenne a precisare che la sua Persona divina avrebbe poi ripreso l’anima, nel corpo, cioè tutta la vita.

 

Il Buon Pastore e Dio Padre

 

Dobbiamo inoltre tradurre: «il Padre mi tiene caro». È questo il senso del verbo in greco, non genericamente “mi ama”. Infatti il Padre ha sempre difeso l’uomo Gesù da tutti i pericoli e da ogni ombra di peccato.

Il Padre difendeva Gesù da quelli che lo avrebbero voluto uccidere e poneva le condizioni perché fosse il Pastore Buono, che non faceva mai il male. Anzi dobbiamo notare che Gesù ha detto e ha fatto, in modo divino, tutto il bene necessario per chi gli era vicino o lontano, nello spazio e nel tempo.

Quando sarebbe stata l’ora prestabilita dal Padre, egli avrebbe dato la propria anima per il gregge. Prima nessuno poteva fargli alcun male.

Gesù era l’uomo a cui nessuno ha mai potuto imporre niente; era sicuro, non di se stesso ma del Padre suo, e anche nel morire fu lui a dare la sua anima.

Questo uomo definisce l’equilibrio spirituale e fisico di ogni uomo o donna.

Nessuno gli porta via né il corpo né l’anima, e questo garantisce il suo potere di difendere e conservare nelle sue ami anche la nostra anima e il nostro corpo: di essere realmente il Buon Pastore.

Noi siamo abituati alle diverse rappresentazioni e riflessioni che ci presentano Gesù come vittima del potere politico e militare.

Tutto questo ha il suo valore, ma Gesù non è stato preso e crocifisso dal potere degli uomini, bensì per il volere del Padre e perché egli ha obbedito al Padre.

Ricordiamo che, al momento dell’arresto, le guardie indietreggiarono e caddero per terra. Poi Gesù si lasciò arrestare (Gv 18,4-9).

Era sempre il Cristo Re, perciò ha dato un segno della sua potenza e della sua obbedienza al Padre.

 

Un Buon Pastore

 

Il potere di ogni buon pastore del popolo cristiano non è un potere che funziona con l’intelligenza e la volontà dell’uomo consacrato, ma un potere che, partendo da queste capacità naturali, è in continuo rapporto con l’eterno potere del primo Buon Pastore, il Cristo-Messia Re.

Per inciso: non è un potere che vale solo nei riguardi dei Cristiani, ma anche degli Ebrei e di tutti gli esseri umani, essendo fondato sul diritto divino, quello del Creatore di tutti e di ogni cosa.

 

Pecore “innominate”

L'accenno ad «Altre pecore», mi ha fatto collegare le parole dette in quel momento da Gesù con il fatto che alcuni volevano rapirlo per farlo re, appena dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6,15). Quelle persone non avevano potuto entrare in contatto con Gesù, il Re da loro riconosciuto.

Il Cristo Re non le dimentica, è anche il loro Pastore. Detta queste parole a Giovanni, che deve portare proprio a quegli uomini ciò che ha scritto.

Dopo la sua risurrezione il Re diede appuntamento agli Undici sul monte (Mt 26,32; 28,7.16) dove si travava la città di Gamla e dove abitava parte di quelle «altre pecore».

Inoltre c’erano, in comunione con questi, le sette comunità ebraiche dell’Asia minore, a cui Giovanni indirizzò, in seguito, le tre Lettere e l’Apocalisse.

 

 


 


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