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VIII domenica del Tempo Ordinario

- Anno C -

 

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Dal vangelo secondo Luca

Lc 6,39-45

 

39Disse loro anche una parabola: "Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.

41Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: "Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio", mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

43 Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

 

Introduzione

 

Vedere l'introduzione generale.

 

Realtà e fedeltà

 

Ricordiamo che Luca riferisce le parole storiche di Gesù, nella situazione precisa in cui le ha pronunciate.

Per questo gli insegnamenti divini contenuti nel brano sono molteplici e, perché ciascuno possa coglierne alcuni, occorre presentare il testo con la traduzione più precisa, così che non ci sia spazio per l'incertezza. Si è infatti di fronte alla realtà, non all'immaginazione.

È dunque possibile e doveroso mettere i lettori del Vangelo di fronte a Gesù stesso.

Qui non si intende penetrare in profondità i pensieri di Luca, quanto invece far emergere la fedeltà dell’opera di Luca al servizio del Cristo Re.

Ciascuno potrà poi vedere quanto Luca abbia corrisposto al volere di Gesù: quello che le sue parole e opere, che costituiscono il Vangelo, fossero annunciate con precisione e concretezza al mondo.

È bene, anche in questo caso, evitare di dipendere da Matteo.

 

(39)Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?

(40)Non c’è discepolo superiore al maestro; ma ognuno condotto a perfezione sarà come il suo maestro.

(41)Perché, dunque, vedi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non scorgi la trave che è nel tuo occhio? (42)Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora vedrai distintamente la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, togliendola.

(43)Non c’è, in realtà, albero sano che faccia frutto bacato, né d’altronde albero cadente che faccia frutto sano. (44)Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.

(45)L’uomo buono trae il bene dal buon tesoro del cuore; il cattivo dal cattivo tesoro del cuore trae il male, infatti la sua bocca parla dalla pienezza del cuore.

 

Nei Vangeli "ipocrita" non significa "falso"; significa invece: "ciarlatano", "commediante", "esibizionista", "confusionario"

 

La legge della carità e la libertà dal male

 

I versetti precedenti del Vangelo di Luca, dal 27 al 38,  riferiscono la legge di carità del Cristo Re, che egli ha poi completato nel Comandamento Nuovo: «Vi do un comandamento nuovo: che abbiate cari gli uni gli altri; come vi ho avuti cari, così anche voi abbiate cari gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete carità gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35).

Il Re invita noi cristiani a vigilare tra noi: «Disse ancora ai suoi discepoli: «Non è possibile far sì che non avvengano scandali, tuttavia guai a colui per cui avvengono. È meglio per lui se gli viene messa al collo una pietra da mulino e viene gettato nel mare, piuttosto che possa scandalizzare uno di questi piccoli. Vigilate tra voi (Lc 22,17 e nota).

Se il tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: “Mi pento”, tu gli perdonerai» (Lc 17,1-5).

La carità comprende anche il compito delicato di rimproverare e correggere chi pecca. Soltanto il Cristo dà indicazioni precise riguardo al peccato, senza peraltro giudicare le persone. Gesù Cristo, luce del mondo, ci illumina riguardo a ciò che è giusto e a ciò che è peccato, scandalo. Questo nemmeno si vede, senza di lui. Non lo si vedeva al tempo di Gesù e non lo si vede oggi. Non lo vede facilmente chi non crede in lui. Chi invece ascolta le sue parole e prova a fare ciò che egli dice riconosce facilmente che cos’è la trave.

Tra l’altro, chi commette peccati si pone in una situazione di libertà limitata, poiché non è in armonia con tutta la realtà. Chi fa il bene è “laico”, senza limiti nella realtà e nei confronti del Creatore. Quando Gesù dice “il vostro peccato rimane” (Gv 9,41), (e) intende proprio: “non riuscite a superare i vostri limiti”, quelli in cui vi ha costretto il padre vostro, il diavolo.

Egli stesso ha richiamato al loro dovere, prima che il popolo, i capi e i politici del suo tempo.

Gesù chiede di correggere, ma innanzitutto di vigilare per prevenire, poi di perdonare. E perdonare non equivale a essere passivi e superficiali verso chi «pecca contro di noi». Se occorre correggere, se occorre vigilare, ognuno però deve prima controllare se stesso.

Come vigilare? Con lo stile della carità e della verità. Non pensiamo di essere superiori agli altri. Individuiamo prima la trave nel nostro occhio e poi la pagliuzza in quello del fratello.

Lo scopo è di «cercare e salvare ciò che è perduto». (Lc 19,10).

 

I frutti della legge di carità

 

La legge del Cristo Re (non le opere degli uomini, che pure producono effetti corrispondenti) si giudica dai frutti.

Dai frutti si giudica anche la nostra comprensione della sua legge. È un circolo virtuoso. Comprendiamo un po' la legge. La mettiamo alla prova dei fatti e, verificandone i frutti, la comprendiamo meglio. Poi si torna a metterla alla prova e a vederne altri frutti...

Non possiamo pensare di saper comporre una legge alla pari di quella del Cristo Re, Figlio di Dio. È sufficiente invece che ci affidiamo a lui e alle sua parole, nel comporre qualsiasi legge. La sua legge ci costituisce un tesoro nel cuore (note a Lc6,27-49).

 

Re di libertà

 

A questo passo di Luca segue la parabola delle due case.

Con lui come Re, non devo chiedermi: "Che cosa è lecito fare e che cosa non è lecito?".

Invece mi chiedo: "Che cosa posso fare di divino adesso, ascoltando le sue parole, contemplando le sue azioni, partecipando ai Sacramenti?".

In altre parole, non serve ragionare molto sul da farsi, perché è il Cristo Re in persona che mi suggerisce che cosa fare, lasciandomi la maggior libertà possibile per me creatura. E mi aggiunge la sua libertà divina, a completare la mia.

 

Perché la civiltà cresca

 

La civiltà, che il Cristo Re ha portato, era nuova in quel tempo, ma è nuova pure oggi, visto che molti, anche credenti, hanno dimenticato la vera portata delle parole e delle azioni storiche del Cristo.

Non possiamo, certamente, illuderci che la nostra civiltà sia inesauribile, che sempre “la gente” sappia con chiarezza che cosa è bene e che cosa è male…

Né si possono sostituire degli ideali, per quanto disinteressati ed elevati, alla Persona del Cristo Re. Egli rende invece concreto e realizzabile anche il più utopico ideale.

Non è nemmeno il caso di perseguire una “nuova civiltà”, come se la presente sia esaurita (in realtà lo è per chi non la coltiva), ma di continuare sulla strada della “civiltà dell’amore”, fondata dal Cristo Re duemila anni fa.

 

 

 

 

 

 

 

 


 


Iniziativa personale di un laico cattolico, Giovanni Conforti  - Brescia - Italia.

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