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Trasfigurazione del Signore - 6 agosto

- anno C -

indice delle feste

 

Dal vangelo secondo Luca
9,28-36

 

28Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». 36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

 

Commento storico

 

Introduzione

 

Vedere introduzione generale

 

Matteo, incaricato ufficiale di scrivere la relazione dei fatti

 

Questo fatto, avvenuto nel mese di maggio dell’anno, 32 è raccontato dai Vangeli sinottici in modo simile. Quindi riportiamo il commento già preparato per il brano parallelo di Marco, con le modifiche necessarie.

Luca riferisce l’episodio nel modo più preciso, copiando dal primo Vangelo di Matteo, quello aramaico. Questo fu abbandonato dopo che Luca l’ebbe tradotto in greco e trascritto fedelmente.

Marco riassume ciò che è scritto nell’uno e nell’altro, attenendosi soprattutto al Matteo greco, che ci è stato trasmesso, perché questo Vangelo era già stato pubblicato nel 43 circa. Il Vangelo di Luca era stato scritto ancora prima, intorno al 38, ma non venne pubblicato che trent’anni dopo. Il Vangelo di Marco, invece, è di poco successivo, pubblicato intorno al 47.

Pietro, Giovanni e Giacomo non raccontarono il fatto «a nessuno», dice Luca, che però nello stesso tempo racconta ogni particolare, più degli altri. Ciò significa che nel primo libro di Matteo ogni cosa era stata scritta subito, per non dimenticare.

Come si spiega che Matteo, non testimone, abbia scritto immediatamente quello che i testimoni non hanno raccontato «a nessuno».

La spiegazione è un indizio ulteriore a favore dell’ipotesi che Matteo fosse incaricato ufficialmente di scrivere man mano la relazione delle parole e delle azioni di Gesù. Gesù stesso lo sosteneva in questo e ha permesso ai tre apostoli di riferire subito a lui, segretamente, il fatto.

Tra l’altro, Matteo riferisce anche il comando di Gesù di non dire niente a nessuno, di cui i tre apostoli gli avevano parlato.

 

Il “monte”

 

Il Vangelo di Marco, con le notizie che fornisce in seguito a questo fatto, ha permesso di individuare in questo «monte» il Monte Tabor, a sud della Galilea, con vista panoramica sulla grande pianura di Esdrelon o Yzreel. Infatti, per tornare poi a Cafarnao sul Lago, «attraversavano la Galilea» (Mc 9,30).

 

La redenzione

 

La «veste candida» si trova nei Vangeli indosso agli angeli che appaiono, la troviamo nell’Apocalisse indosso alla moltitudine dei redenti (Ap 7,9).

La veste bianca era usata dagli esseni e da altri ebrei, come segno di purezza di fronte alla legge di Dio. La purificazione era simboleggiata dai bagni rituali, da compiere tre volte al giorno.

Da qui ha preso l’avvio il battesimo di Giovanni. Ma l’episodio ricordato dal Vangelo di oggi deve aver trasformato la «veste bianca» nel simbolo della redenzione compiuta da Gesù.

Nessuno è più puro di lui ed egli ha redento molti da una legge di peccato alla legge di grazia, di verità e di carità.

Il Cristo Re non ha insistito sulla purificazione come Giovanni Battista e i suoi discepoli. Egli ha il potere di rendere puri di fronte a Dio, nel cuore e non nelle opere esteriori della legge ebraica (è il significato di “puri di cuore”), e ha il potere di rendere figli di Dio per la vita eterna quelli che credono in lui.

Ciò è ormai avvenuto, compiendo la legge di Mosè e realizzando le Profezie, attraverso la morte in croce e la risurrezione.

Ma si rinnova per ciascuno di noi credenti, oggi, quando mettiamo in pratica le parole storiche di Gesù e quando partecipiamo ai Sacramenti, il cui potere di redimerci è certificato dalle stesse certificazioni che troviamo nei Vangeli di Giovanni e di Luca.

Il punto di vista storico sui fatti evangelici permetterebbe, se si volesse, un dialogo alla pari con gli Ebrei, come avveniva nei primi trentacinque anni della Chiesa.

 

Ingresso e uscita

 

Dal greco il versetto 31 non trova facilmente una traduzione logica. Sembra si debba sottintendere qualcosa, perché il linguaggio di Luca è spesso giuridico:

 

«… che, apparsi nella gloria, parlavano del compimento (della sua missione) che (egli) stava per realizzare a Gerusalemme».

 

Secondo la legge, Gesù aveva dovuto prima essere dichiarato Messia-Cristo da chi ne aveva l’autorità.

Così Giovanni Battista, riconosciuto dal popolo come profeta, lo battezzò al Giordano, proprio in vista del suo “ingresso” (in greco “eisodos”) come Re a Gerusalemme (At 13,24).

Questo “ingresso” avvenne con il suo “vessillo” regale, per il quale nei giorni seguenti avrebbe scelto un “simbolo” (Lc 9,51).

Nel versetto 31 del presente brano c’è il termine greco “exodos”, che ha il senso di “uscita”, ma anche di “sbocco”, “compimento”.. Gesù si stava preparando a “compiere” la sua missione a Gerusalemme.

 

 


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