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XVIII domenica del Tempo Ordinario

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indice delle feste

 

Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 14,13-21

 

13 Avendo udito questo, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: "Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare". 16Ma Gesù disse loro: "Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare". 17Gli risposero: "Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!". 18Ed egli disse: "Portatemeli qui". 19 E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

 

 

Commento storico

 

Introduzione

 

Vedere introduzione generale

 

I «molti» scribi e il mondo

 

Questo avvenimento è uno dei pochi ricordati da tutti e quattro i Vangeli. Era di importanza fondamentale nella vita pubblica di Gesù.

Gli scribi di Matteo erano «molti», come scopriamo analizzando Lc 1,1. Ebbero 5 o 6 anni di tempo per riflettere su tutto ciò che avevano scritto Matteo, in ebraico, e Giovanni, in greco. Poterono soppesare tutti gli eventuali effetti della divulgazione di notizie su Gesù nell’impero romano.

Se così è, dovremmo trovare qui riassunto tutto il significato attribuito dai Cristiani al miracolo dei pani e dei pesci. Non ci dovrebbe essere nulla che turbi la pace con i Romani e gli Ebrei, anzi dovrebbe essere delineato lo stato d’animo con cui Israele doveva sentirsi condotto dal Messia.

Non dobbiamo ignorare che l’imperatore di Roma era stato ben impressionato dalle relazioni che gli erano state fatte a voce dal sacerdote ebreo Teofilo e scritte da Luca. Avrebbe visto di buon occhio, come Re dei Giudei, Gesù detto il Cristo e Figlio di Dio.

 

Compassione, vita piena, non egemonia

 

Morto Giovanni Battista, senza aver compiuto alcuna delle opere del Cristo, la gente non aveva più alcun motivo per ritenere che il Messia fosse lui. Gesù perciò incominciò ad agire apertamente da re dei Giudei, da pastore di Israele.

Sembra che la gente non volesse lasciare un momento di tranquillità al Maestro, ma non è così. La gente sapeva che al di là del Lago di Galilea c’era Gamla, una «città collocata su un monte» (Mt 5,14), pronta ad accaparrarsi Gesù per farlo re (Gv 6,15). Il Vangelo di Matteo non ne parla, perché il progetto poi fallì.

In quei giorni la città rappresentava solo un timore per il popolo, mentre quando gli scribi hanno composto il Vangelo essa era una città di missionari cristiani-ebrei, divenuti testimoni ardenti di Spirito Santo (Ap 8,8).

Il Re dunque arrivò e trovò ad aspettarlo una grande folla dei suoi seguaci.

Si era ritirato in disparte, abbastanza vicino alla città sul monte, ma così riuniva tutto il popolo intorno a lui, senza far sorgere o risvegliare alcun nemico, senza mettersi dalla parte di nessuno, perché il Cristo è indipendente, divino.

Gesù non era venuto solo per pochi, o per essere un re distante dalla gente, ma per essere compassionevole verso tutti, anche se prima verso il popolo ebreo.

Venuta la sera, non mandò via i suoi “sudditi” nel momento in cui avevano bisogno di cibo. Che re è quello che lascia la gente nella fame?

Egli iniziò da quel momento la sua opera regale, rivolta a tutti: sia agli Ebrei, e in particolare agli abitanti di Gamla, sia ai Gentili presenti in Galilea e poi in Siria e Decapoli.

 

La «benedizione»

 

Il Vangelo di Giovanni ricorda il discorso del giorno dopo nella sinagoga di Cafarnao (Gv 16), come promessa dell’Eucaristia; qui, nel Vangelo di Matteo, sono riassunte le azioni di Gesù e sono evidenziate quelle compiute poi nell’ultima cena.

Pronunziò la benedizione, segno ebraico inequivocabile, sacerdotale, messianico. Spezzò i pani e ciò, oltre essere storico, diede il nome iniziale alla consacrazione del pane e del vino: «spezzare il pane».

In seguito il nome è stato cambiato in «Eucaristia», che indica la prima azione (Lc 22,19) di Gesù quando istituì il Sacramento: «rendere grazie» al Padre per la creazione, l’elezione, la redenzione, come fanno gli Ebrei.

 

Un re, oggi?

 

Il potere regale del Cristo non aveva limiti, se occorreva creava il cibo, ma come segno di un pane di vita che avrebbe dato un anno dopo.

Senza un re la confusione è grande, con un re di quelli soliti la vita non è piena, non è libera.

Non ci sono autentiche prospettive e speranze per i giovani senza una guida, ma la guida per i giovani va bene solo come è Gesù Cristo.

Nel nostro tempo veniamo divisi dentro noi stessi. Siamo soggetti alla pressione di ideologie che danno importanza soltanto al corpo, ma richiedono che ognuno sia “filosofo” e usi completamente le capacità dell’anima per negare l’anima stessa. Ci è richiesto di dare a tutto un’unica dimensione fisica.

Mentre questo avviene, Gesù rimane il Re che ha cura semplicemente di darci il Pane, per nutrire il corpo insieme all’anima.
Egli è il Re che, con il Pane di vita, ci unisce dentro, anima e corpo istintivamente, e ci lancia nella vita.

Risveglia nell’anima il desiderio del regno di Dio: di grazia, bellezza, verità, libertà...

 

 


Iniziativa personale di un laico cattolico, Giovanni Conforti  - Brescia - Italia.

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